Orazione di Franco Corleone alla cerimonia in ricordo dei 29 partigiani osovani e garibaldini fucilati alle carceri di via Spalato in Udine


7 Aprile – Via Spalato – Onore ai Partigiani fucilati

 Un saluto alle persone presenti, al Sindaco di Udine e agli altri sindaci che testimoniano una sensibilità civile ammirevole. È il segno che esiste una comunità che resiste ai cattivi sentimenti.

Essere qui dopo 79 anni rappresenta un segno di una umanità che non dimentica.

Nella mia vita ho fatto tanti discorsi in luoghi diversi, dalle aule del Parlamento, alle piazze, dalle università ai circoli e nelle case del popolo, nelle sedi delle associazioni e dei movimenti, ogni volta si vive il momento del prendere parola con inquietudine. Il grande Eduardo De Filippo spiegò bene la paura dell’attore sul palcoscenico davanti al pubblico. Dovete credermi, oggi la mia emozione è grande.

Perché non siamo qui per una commemorazione rituale.

Siamo qui per rendere onore a 29 giovani eroi, a 29 patrioti e partigiani, a 29 vittime della violenza nazista, per l’esecuzione di una sentenza ingiusta di un Tribunale speciale arbitrario. Se leggiamo la provenienza, constatiamo che oltre ai paesi noti del Friuli appaiono Comiso, Barletta, Randazzo, Firenze. Ecco l’Italia unita e pulita.

Siamo qui per confermare un impegno per esaltare le libertà, e difendere la Costituzione nata dalla Resistenza. Un movimento di popolo con migliaia di persone che misero in gioco la propria vita. Uomini e donne, che lasciarono il lavoro, le case, gli affetti, per salire in montagna e combattere per riconquistare la dignità calpestata.

In questi giorni mi si è presentato in testa ripetutamente un interrogativo lancinante. Come è potuto accadere un simile eccidio alla vigilia del 25 Aprile, alla vigilia della Liberazione? Altri episodi simili accaddero negli stessi mesi a Udine, vicino al cimitero (21 partigiani uccisi), a Cervignano e Terzo (34 vittime), a Feletto Umberto (15 vittime), a Avasinis (51 civili uccisi), a Ovaro (22 vittime).

Ipotizzo una spiegazione.

Una voglia irrefrenabile di odio, di vendetta, di violenza cieca e brutale da parte chi aveva come motto “Viva la muerte”. E la rabbia per la sconfitta di un sogno imperiale di dominio su tutti i paesi europei per cancellare culture diverse, lingue diverse, religioni diverse: ebrei, rom e sinti, omosessuali o oppositori politici. Insomma una ossessione per perseguitare le minoranze.

Di fronte a questo spettacolo di disumanità è difficile accettare operazioni di revisionismo, per mettere tutti sullo stesso piano. Questo scontro di guerra totale, lo sappiamo bene, è stato contagioso e alcune vicende dolorose e incomprensibili sono accadute anche dalla nostra parte; mi rassicura avere alle spalle un labaro che mette insieme la Divisione Garibaldi e le Brigate Osoppo, unite per ricordare Guido Pasolini senza polemiche o incomprensioni.

Per quale motivo accadde? Perché la ragione aveva lasciato il posto alla logica del potere. Guerra e potere sono cattive bestie, brutte bestie.

Il Friuli, terra martoriata, già nella esperienza della Prima guerra mondiale, ha pagato un prezzo di dolore incommensurabile, piccola patria stretta tra rivendicazioni nazionali e internazionali, alla ricerca di una sua autonomia. In questo clangore di armi si accesero però luci straordinarie come la costruzione della Repubblica libera, la repubblica partigiana della Carnia, contemporaneamente alla Repubblica dell’Ossola, fondata su principi rivoluzionari, il voto alle donne e l’abolizione della pena di morte, conquiste che pochi anni dopo saranno a fondamento della repubblica e della costituzione. La stessa regione che aveva subito l’occupazione da parte dei cosacchi preda di un delirio alla ricerca di una nuova terra.

Per grandi tragedie, per l’organizzazione scientifica dello sterminio, dell’olocausto si è potuto usare una espressione icastica da parte di Hannah Arendt: la banalità del male.

Eppure per me questa definizione non è convincente nel caso delle torture, segno del disprezzo del corpo nemico.

L’uso delle bruciature, delle scosse elettriche ai genitali, degli stupri contro le donne, delle unghie strappate, del fare bere litri di acqua salata, sono pratiche che fanno inorridire. Sadismo brutale. Una sola parola serve: barbarie.

Ho letto che qui in Via Spalato, in questo carcere, i partigiani detenuti furono sottoposti a torture e la risposta collettiva fu di avviarsi alla morte cantando parole di speranza.

Mi piace ricordare che la mia professoressa di italiano e latino al Liceo Carducci di Milano, Giulia Rodelli, partigiana e libertaria, animatrice della Alri, associazione per la libertà religiosa, fondata da Gaetano Salvemini nel 1946: una volta ci raccontò della sua prigionia a Villa Triste in cui imperversava la Banda Koch e in cui operava la coppia di attori Valenti e Ferida e ricordò un episodio toccante. Un suo compagno riportato in cella dopo aver subito torture iniziò a recitare i versi di Manzoni: Oh giornate del nostro riscatto! Oh dolente per sempre colui che da lunge, dal labbro d’altrui, come un uomo straniero, le udrà! Che a’ suoi figli narrandole un giorno, dovrà dir sospirando: “io non c’era”; che la santa vittrice bandiera salutata quel dì non avrà.  Alla fine disse solo: capite l’importanza della poesia in certi momenti?

Ci fece scoprire la strage di partigiani avvenuta in Piazzale Loreto il 10 agosto del 1944, e che spiega perché i gerarchi giustiziati a Dongo furono portati proprio lì.

Siamo in un luogo simbolo, il carcere di Via Spalato, ed è la ragione per cui l’Anpi mi ha fatto l’onore di essere presente con una testimonianza. Ebbene la riforma del carcere aspetta ancora da quando gli antifascisti come Ernesto Rossi indicarono le cose da fare subito. Il carcere non è l’extrema ratio, ma è una discarica sociale, frutto di emarginazione sociale e la scommessa del reinserimento sociale prevista dall’art. 27 della Costituzione è quasi impossibile. Solo grazie alle associazioni di volontariato, la Caritas e Icaro, nel nome di Maurizio Battistutta, si cercano risposte. I meli piantati davanti all’ingresso del carcere furono benedetti da Pierluigi Di Piazza.  La scommessa che come garanti tentiamo è quella dei diritti e della dignità. Aspra strada se pensiamo che in alcune carceri si sono verificati episodi gravi, giudicati dalla magistratura come tortura. Anche in questo carcere si soffre il sovraffollamento che rende pesante la vita quotidiana dei detenuti, il lavoro della polizia penitenziaria e la convivenza è difficile. Il primo diritto è quello alla vita e alla salute, fondamentale secondo l’art. 32 della Costituzione, e la Regione titolare di questo compito deve garantire un impegno maggiore.

Alla fine dell’anno questo luogo sarà trasformato con nuovi spazi per la cultura, la formazione, lo studio e il lavoro. E per l’arte liberatrice. Sarà costruito anche un Teatro aperto alla città: La società dovrà essere protagonista del cambiamento e le istituzioni pubbliche e private con il Comune, sono sicuro, faranno la loro parte. L’Università di Udine con l’impegno del professor Zannini studierà i registri dei detenuti e delle detenute presenti negli anni cupi e scopriremo sicuramente storie di vite da far rivivere.

Torniamo al motivo per cui siamo qui, per coltivare la memoria. Un paese senza memoria, rischia di essere nulla, una pura espressione geografica, come diceva il cancelliere Metternich.

Cento anni fa fu assassinato Giacomo Matteotti. Il 10 giugno 1924 l’Italia cambiò e la dittatura si impose. Iniziò l’avventura con le guerre di aggressione imperialista, l’aggressione alla Repubblica spagnola e il sostegno al generale golpista Francisco Franco, dittatore fino alla morte nel 1975, e poi la pagina invereconda delle leggi razziali, o meglio razziste e infine l’ingresso nella catastrofe della seconda guerra mondiale.

Il 1944 fu un anno terribile. L’eccidio di 335 partigiani, ebrei, civili per una feroce rappresaglia alle Fosse Ardeatine. In Via Tasso, oggi museo, si compirono efferatezze terribili.

In quell’anno morirono Leone Ginzburg ed Eugenio Colorni.

Nel 1941 a Ventotene, al confino, Altiero Spinelli e Ernesto Rossi, nel pieno della guerra, espressero un pensiero che guardava lontano, agli Stati Uniti d’Europa con il loro Manifesto che ha segnato questi anni. Ho scoperto che anche Giacomo Matteotti nel 1923 scrisse un documento per i socialisti europei sottolineando la necessità degli Stati Uniti d’Europa.

Oggi l’Europa vive spinte nazionaliste e assistiamo impotenti alla guerra. Occorrerebbe un pensiero e una azione all’altezza di questo tempo crudele. Il Sindaco De Toni ha ricordato in un suo libro il motto di Mazzini, “Pensiero e Azione”. C’è davvero bisogno di un filo che leghi passato e presente.

Un grande friulano, un gigante, Padre Davide Maria Turoldo partecipava alla Resistenza a Milano, nella Corsia dei Servi accanto alla Chiesa di San Carlo, da dove pochi anni dopo fu esiliato.

In quegli anni sempre a Milano Salvatore Quasimodo, poeta civile, componeva poesie dedicate agli eroi e ai martiri. Celebre quella intitolata “Alle fronde dei salici”: E come potevano noi cantare/con il piede straniero sopra il cuore, /fra i morti abbandonati nelle piazze/sull’erba dura di ghiaccio, al lamento/d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero/della madre che andava incontro al figlio/crocifisso sul palo del telegrafo? /Alle fronde dei salici, per voto, /anche le nostre cetre erano appese, /oscillano lievi al triste vento.

Pochi avevano capito il fascismo, la sua natura, la sua essenza totalitaria. Piero Gobetti, giovane prodigio solo aveva compreso e predicò incessantemente l’intransigenza come valore assoluto, la bussola per indicare un comportamento senza compromessi. Gobetti, che aveva definito il fascismo come l’autobiografia della nazione, concludeva il saggio biografico che immediatamente scrisse dopo la morte di Matteotti con queste parole: “Non si può immaginare una commemorazione più spontanea e più generosa. Come se i lavoratori abbiano sentito in lui la parola d’ordine. Perché la generazione che noi dobbiamo creare è proprio questa, dei volontari della morte per ridare al proletariato la libertà perduta.”

Parole troppo dure? Datate?  Non credo. Oggi esiste una memoria collettiva? Si invoca spesso una memoria condivisa. È una richiesta equivoca. Occorre una memoria fondata sulla storia che lega Risorgimento e Resistenza.

Non sono sicuro, vivo una inquietudine di fronte a tempi torbidi, anche questo aggettivo gobettiano.

Addirittura non c’è un riconoscimento limpido, sicuro, senza incertezze nei confronti delle vittime delle stragi nazifasciste.

Pensate che è stata approvata, nel 2022, con grande e grave ritardo, una legge che istituisce un fondo per il risarcimento dei danni subiti negli anni della guerra da parte delle forze del Terzo Reich.

Ebbene questa legge è boicottata dall’Avvocatura dello Stato nei processi in corso anche in Friuli Venezia Giulia.  Perché accade questo? Sono forse nazisti? No, ma certo sono insensibili formalisti, senza pudore. Senza capire che si tratta di carne viva, non di creditori.  La Presidenza del Consiglio è responsabile di un comportamento costruito su falsi, cavilli, ritardi strumentali.

È intollerabile che non sia fatta giustizia anche se dopo tanto tempo. Sono reati contro l’umanità, imprescrittibili. Da questo luogo sacro rivolgiamo un appello perché questo scandalo finisca presto.

Nello Rosselli, fu ucciso insieme al fratello Carlo nel 1937 da sicari fascisti in Francia (a me piace ricordare che il loro fratello maggiore Aldo morì da eroe nel 1916 sul Pal Piccolo una delle montagne che si affacciano sul Passo di Monte Croce Carnico, di fronte al Cellon famoso per i disobbedienti, i quattro fucilati di Cercivento, che non può rimanere bloccato anche per questo motivo simbolico) chiudeva il suo bellissimo libro su Pisacane con questa immagine dopo una sconfitta come quella di Sapri.

I tentativi falliti non sono inutili. È come se si buttano pietre nel torrente e quando i sassi affiorano si può camminare sicuri e passare dall’altra parte. Anche i 29 partigiani uccisi qui in via Spalato, hanno assicurato la conquista di tanti diritti civili e sociali che non potranno essere messi in discussione.

Non dimentichiamo, andiamo avanti, con amore e dolcezza.

“Avevamo vent’anni e oltre il ponte/oltre il ponte ch’è in mano nemica/vedevam l’altra riva, la vita/ tutto il bene del mondo oltre il ponte. Tutto il male avevamo di fronte/ tutto il bene avevamo nel cuore/a vent’anni la vita è oltre il ponte/ oltre il fuoco comincia l’amore. E vorrei che quei nostri pensieri quelle nostre speranze di allora rivivessero in quel che tu speri o ragazza color dell’aurora”.

Italo Calvino, nato nel 1923, scrisse questa dolce canzone.

Grazie a tutte e tutti: Viva la vita, viva la libertà, viva la Resistenza!