Orazione di Federico Tenca Montini alla cerimonia del 24 aprile2022 presso borgo Villalta (UD)


Prima di iniziare il mio intervento vorrei ringraziare ANPI Udine per avermi affidato questo importante incarico, e soprattutto Federica Vincenti, che mi ha premurosamente fornito alcuni materiali.

È un privilegio ricordare Giobatta Periz, il partigiano “Orio” insignito della medaglia d’argento al valore militare, e condivido le considerazioni espresse da chi mi ha preceduto negli anni passati a proposito di quanto sia impegnativo trovarsi al cospetto di una vicenda umana e politica così esemplare.

Nato sullo scorcio del Ventesimo secolo, di professione operaio metalmeccanico, Orio partecipò giovanissimo alla Prima guerra mondiale per poi, da militante socialista quale era stato, aderire al Partito comunista d’Italia nel 1925, un solo anno prima della sua soppressione ad opera del fascismo. In questa fase di clandestinità si impegnò nel lavoro di propaganda e nell’organizzazione di scioperi e manifestazioni con il gruppo comunista di Cussignacco. Fu tra i redattori dei fogli clandestini dell’epoca: “Spartaco”, “Il lavoratore friulano” e “Il combattente antifascista”.

Nel 1931 fu arrestato dalla polizia politica fascista, l’OVRA, e condannato dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato a 18 anni di carcere, di cui ne scontò 2 stante l’amnistia concessa per il decennale del regime. In seguito continuò le proprie attività, sia professionali che di militanza e organizzazione politica clandestina, nelle difficoltà determinate dal regime di “sorvegliato speciale”, che si traducevano in continui controlli di polizia, periodi di detenzione preventiva, angherie e interventi di pressione sulla famiglia e sugli amici.

Dopo l’8 settembre 1943, fu tra i primi a unirsi alla lotta partigiana con l’incarico del Partito, di cui rappresentava uno dei dirigenti locali, di organizzare la Resistenza, dal momento che era uno dei militanti più capaci ed esperti.

Fece parte del comando del battaglione Friuli e dell’ufficio politico del battaglione Garibaldi-Friuli, ebbe ruoli di responsabilità nella brigata garibaldina “Picelli Tagliamento”. Intrattenne inoltre rapporti frequenti con i GAP di Udine, nel quale contesto ricoprì il ruolo di organizzatore dell’intendenza partigiana – un incarico che interseca una pagina gloriosa di operosità e solidarietà della Resistenza friulana e isontina, l’Intendenza Montes con le sue rilevanti implicazioni di solidarietà internazionale, recentemente descritte nel godibile romanzo di Piero Purich ‘La farina dei partigiani’.

Proprio a Udine “Orio” venne arrestato, su delazione, il 14 gennaio 1945. In via Spalato i nazifascisti gli spezzarono un braccio e un ginocchio, poi gli massacrarono la schiena. Nonostante tutto, il partigiano non tradì i compagni. Il 2 febbraio, malato e ancora incapace di camminare, venne deportato a Mauthausen, dove arrivò dopo cinque giorni. Alcuni dei suoi compagni di sventura riuscirono a fuggire, ma 91 friulani giunsero invece a destinazione. In 29 non ritorneranno. Orio, viste anche le precarie condizioni di salute, si spense dopo circa un mese.

La vicenda di Orio, così luminosa nel pur tragico epilogo, ci spinge a riflettere sulla sorte di quanti – e in regione furono a migliaia – pagarono con la vita non l’appartenenza alle categorie biologiche che il nazifascismo aveva condannato allo sterminio, su cui negli ultimi anni, per molti versi comprensibilmente, si è focalizzata l’attenzione. “Orio” e quelli come lui – nella Caserma Piave, nelle Fosse del Natisone e alla Risiera di San Sabba, per citare i luoghi più lugubri – si sacrificarono come esito di una scelta politica consapevole e rinnovata nel tempo.

Giobatta Periz avrebbe potuto tranquillamente continuare a svolgere con successo – l’ingegno non gli mancava – il suo mestiere, aderendo, magari solo di facciata, al regime e rifugiandosi nel privato. Invece di aspettare alla finestra, mosse consapevolmente incontro alla difficile vita della clandestinità con tutti i sacrifici che questo comportava. Conobbe le sordide carceri fasciste e poi dieci anni di controlli di polizia, porte sbattute in faccia da datori di lavoro occasionali allertati dalla polizia, sprazzi di solidarietà umana e politica in una quotidianità segnata dalla paura e dalla diffidenza. Si tratta peraltro, considerate anche le riconosciute capacità organizzative e di agitazione di “Orio”, del cursus honorum di molti che, dopo la guerra, assursero a incarichi dirigenziali nel PCI e nel suo collateralismo, un destino che sarebbe probabilmente spettato anche a lui, se solo fosse sopravvissuto.

Ancora, dopo l’8 settembre, pur avendo la non più tenera età di 45 anni, aderì con slancio alla lotta partigiana fin dagli inizi, prendendo la faticosa via delle montagne con tutti i disagi, estremamente concreti, connessi. I resoconti ce lo restituiscono estremamente attivo, impegnato in un ventaglio di attività che richiedevano continui spostamenti – e fatica. Fatale, prima del lager e delle botte in via Spalato, gli fu una delazione, meschina quanto i vantaggi che può essere valsa a chi lo tradì, dal momento che la guerra era visibilmente agli sgoccioli. 

Volendo trarre un insegnamento tra gli altri dalla vicenda tragica ed esemplare del partigiano “Orio”, un insegnamento di cui fare tesoro nell’oggi, riporto una frase della testimonianza di Rosina Cantoni, la partigiana “Giulia”, che proprio attraverso Giobatta si è unita alla Resistenza negli stessi giorni fatidici dopo l’8 settembre. Questa frase è: “Bisognava fare qualcosa”.

Giulia, operaia tessile della ditta Basevi che aveva subito l’impatto con le leggi antiebraiche, dopo il crollo del fascismo nel luglio 1943 aveva distrutto i ritratti di Mussolini presenti in fabbrica. L’8 settembre – sempre parole di Giulia – “senza aspettare nessuno, avevo già raccolto roba nella fabbrica”. Divenuta, grazie a “Orio”, staffetta partigiana, poco prima di lui, il 16 dicembre 1944, “Giulia” venne arrestata dai fascisti della “Tagliamento” che le trovarono le vesti imbottite di materiale di propaganda. Interrogata in via Spalato, anche lei non parlò e l’11 gennaio 1945 venne deportata in Germania e trasferita in vari campi, finché nel corso di uno di questi spostamenti riuscì a fuggire per poi fare fortunosamente ritorno appena nel mese di ottobre. Si spense a Udine nel 2009.

La vicenda di “Orio” e “Giulia”, che nell’impatto, di diversa gravità, con le maglie della repressione fascista patirono duramente l’esito delle proprie scelte politiche, è una testimonianza luminosa del percorso di chi ha scelto di non arrendersi alla falsa comodità di un compromesso con tempi mediocri e criminali, all’attendismo ingenuo e impotente di chi delega la venuta di tempi migliori a circostanze su cui non esercita il minimo controllo né apporta alcun contributo.

Nel momento in cui oggi, a quasi ottant’anni di distanza, si sentono espliciti richiami alla desistenza come strumento di soluzione dei conflitti, si promuovono accomodamenti di ogni sorta ed è capitato perfino di ascoltare la frase, miserabile, «mio nonno durante il fascismo ha avuto un’infanzia felice», il sacrificio di persone come “Orio” e “Giulia” ci insegna il valore partigiano di “prendere parte“, se necessario fino alle estreme conseguenze.