A Udine: ULTIMI GIORNI per la mostra “600.000 NO a Hitler e a Mussolini” per la GIORNATA DELLA MEMORIA 2022


 

Nella ricorrenza della Giornata della Memoria 2022, l’ ANPI – Comitato Provinciale di Udine, unitamente al Comune di Udine, presenta la  mostra foto- documentaria intitolata “600.000 NO a Hitler e a Mussolini” dedicata agli Internati Militari Italiani (I.M.I.) che, in seguito all’armistizio, reso noto l’8 settembre 1943, abbandonati a se stessi e, posti di fronte a scelte considerate disonorevoli, rifiutarono l’offerta dei Tedeschi di continuare la guerra al loro fianco, optando per la prigionia e la deportazione nei lager di Germania e Polonia.

L’esposizione è stata presentata al pubblico sabato 22 gennaio 2022, alle ore 9.45, a palazzo Garzolini – Di Toppo Wassermann, in via Gemona 92 mentre l’inaugurazione si è tenuta  alle ore 11.00, presso la Galleria “Tina Modotti”, che ospiterà la mostra fino al 20 febbraio 2022 a ingresso libero senza bisogno di prenotazione .  (Necessari green pass rafforzato e mascherina ffp2)

In seguito all’armistizio, i militari italiani furono abbandonati a se stessi. Di fronte a scelte considerate disonorevoli, rifiutarono l’offerta dei tedeschi di continuare la guerra al loro fianco e scelsero la prigionia e la deportazione nei lager di Germania e Polonia. Accettarono, spesso in solitudine, senza la protezione della Convenzione di Ginevra, le inevitabili restrizioni della libertà, l’irrisione e il marchio di traditori, quando invece si sentivano legati, nel caso degli ufficiali, al giuramento di fedeltà alla monarchia e non al regime di Salò e subirono condizioni degradanti di vita e la fame. «Questa mostra non è il risarcimento a tanti anni di oblio, ma il giusto riconoscimento di una forma silenziosa di “Resistenza”, che i militari italiani seppero attuare con una scelta consapevole tra l’appiattimento al nazifascismo e la dignità di uomini liberi», afferma Dino Spanghero, Presidente dell’ANPI provinciale di Udine.

Le ricerche storiche, condotte negli ultimi anni sulla base di un’accurata documentazione ufficiale che ha ricostruito gli avvenimenti precedenti e successivi all’armistizio, parlano di un’ “altra” forma di Resistenza, una Resistenza senza armi. Vi è stato, quindi, un fiorire di pubblicazioni di testimonianze, lettere e diari divenuti finalmente patrimonio civile e culturale collettivo.

La mostra, “600.000 NO a Hitler e all’alleato Mussolini” vuole celebrare il sacrificio e la coerenza di quanti, tra i militari, ritennero conclusa l’esperienza bellica a fianco dei tedeschi e cominciarono, sia pure tra incertezze e inesperienze, a muovere i primi passi sulla strada del confronto democratico.

DETTAGLI DELLA MOSTRA

L’esposizione narra la vicenda degli IMI attraverso 20 pannelli informativi, che calano i visitatori nella dimensione storica e umana dei prigionieri avvalendosi anche delle fotografie clandestine scattate, a rischio della vita, da Vittorio Vialli nel lager in cui egli stesso era detenuto. Completa la mostra un interessante video con brani dal “Diario di prigionia di Giovanni Malisani”: le parole del sottotenente friulano degli Alpini, a cui dà voce l’attore Alessandro Maione, si intrecciano al filmato di Benedetto Parisi restituendo un quadro di toccanti emozioni.

La mostra potrà essere visitata fino al 20 febbraio, con il seguente orario: venerdì 16.00-18.30; sabato e domenica 10.00-13.00 e 16.00-18.30. L’ingresso è gratuito e NON è necessario prenotare MA è OBBLIGATORIO  essere in possesso di green pass rafforzato e mascherina FFP2.

L’iniziativa ha ricevuto il sostegno della Regione Friuli Venezia Giulia e il patrocinio di UTE – Università Terza Età, Arci Udine e Pordenone, ANED – sezione di Udine e Istituto Friulano per la storia del Movimento di Liberazione.

 

Ulteriori informazioni sui contenuti della mostra

Gli I.M.I. (Internati Militari Italiani)

La loro storia iniziò alle ore 19.45 dell’8 settembre 1943, quando alla radio il generale Pietro Badoglio annunciò la firma dell’Armistizio con le forze alleate. Così terminava il messaggio radiofonico:

“…Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze angloamericane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”.

L’Esercito (circa 3 milioni di uomini, distribuiti in Francia, in Italia e nei Balcani) di ritrovò così privo di ordini. Ogni tentativo di collegarsi con il Comando supremo a Roma fu vano: i telefoni suonavano a vuoto, dato che gli alti ufficiali erano in fuga verso l’Italia liberata insieme al Re e al Governo.

Ordini chiari aveva invece l’Esercito tedesco: mezz’ora dopo l’annuncio di Badoglio, veniva inviato ai vari comandi per telefono e più tardi confermato per telescrivente il piano da tempo preparato che prevedeva l’occupazione dell’Italia e il disarmo dei soldati italiani in ogni fronte, qualora non avessero accettato di combattere a fianco dei nazisti.

Come reagirono i vari comandi italiani? Alcuni aprirono le porte delle caserme, secondo la parola d’ordine “tutti a casa”, come successe in Francia; altri rifiutarono la consegna delle armi, come fece la Guardia alla Frontiera della Caserma Italia a Tarvisio, pagando un prezzo altissimo (la strage di Cefalonia ne è un esempio); altri scelsero di passare nelle formazioni partigiane del luogo, altri infine caddero nell’inganno della falsa promessa del ritorno a casa; ma i portoni spalancati dei vagoni merci, appena varcato il confine del Reich, venivano sbarrati.

Le cifre

Oltre un milione di soldati italiani furono catturati dai tedeschi; di questi quasi 200.000 riuscirono a fuggire data la difficoltà di controllare una tale massa di uomini; 94 mila (tra i quali la quasi totalità delle camicie nere della MVSN) accettarono di combattere a fianco dei tedeschi. 13 mila persero la vita in mare durante il trasporto, su navi precarie, dall’Egeo all’internamento.

Oltre 700 mila furono internati negli Oflag (campi di internamento per ufficiali) e negli Stalag (campi di internamento per sottufficiali e truppa). Lo status: “Internati militari”, voluto per ordine di Hitler, secondo la legislazione internazionale non esisteva, dato che l’internamento riguardava solo i civili, ma la motivazione era evidente: impiegare quell’enorme massa di braccia nell’industria bellica, senza il controllo della C.R.I.

I 600 mila I.M.I. che rifiutarono di collaborare con nazisti e repubblichini

Negli Oflag per alcuni mesi esponenti della R.S.I. cercarono di ottenere dai prigionieri l’adesione al nuovo esercito repubblicani; negli Stalag invece fu ammessa tale propaganda solo per qualche settimana: gli interessi dei nazisti erano altri.

Comunque 600 mila furono i “NO”: una scelta straordinaria che non è facile comprendere dato il contesto in cui gli internati erano costretti a vivere: orari di lavoro terribili, fame, malattie, la minaccia della morte che incombeva su tutti. Per quanto riguarda gli ufficiali, si può presumere che la fedeltà alla Monarchia fosse la motivazione principale: nelle accademie il Re, e non il Duce, era il riferimento fondamentale, e si cantava l’inno sardo e non Giovinezza.

Ma negli Stalag gli internati erano prevalentemente giovani che avevano subito l’assillante propaganda fascista, Balilla e poi Giovani Italiani e Avanguardisti. L’unica spiegazione sta nella difesa della propria DIGNITA’, di fronte alla crudeltà e all’arroganza tedesca, agli inganni subiti; e anche alla volgarità della propaganda fascista, che insisteva sul cibo abbondante che l’opzione avrebbe assicurato. Nel momento del NO il prigioniero “schiavo” affermava la propria superiorità morale sul padrone “schiavista”.

Nel luglio del 1944, il Plenipotenziario per il lavoro Fritz Sauckel propose il passaggio degli Imi a lavoratori civili, per poter sfruttare “qualitativamente” il loro lavoro.

Il 3 agosto 1944 Wilhelm Keitel, Capo dell’OKW (Oberkommando der Wehrmacht), su ordine di Hitler, dispose il cambiamento di “status” degli IMI, che sarebbero diventati lavoratori civili purché avessero sottoscritto una dichiarazione in merito.

 Inaspettatamente, i due terzi degli aventi diritto rifiutarono di sottoscrivere la dichiarazione, per cui il comando supremo della Wehrmacht, il 4 settembre 1944, dispose che gli IMI sarebbero passati, senza adempiere ad alcuna formalità, al lavoro civile.

È un altro straordinario esempio di difesa della propria dignità

Il ritorno

Non ci fu subito dopo la liberazione: per tre o quattro mesi rimasero chiusi in campi di concentramento sotto il controllo degli alleati, che spesso li trattavano con disprezzo perché li consideravano collaborazionisti.

E poi, al ritorno, il lungo silenzio: i reduci erano considerati con diffidenza da parte delle forze della Resistenza che in loro non scorgevano i valori dell’antifascismo; e dalla classe dirigente che era contrassegnata dalla mancata epurazione e quindi dalla continuità rispetto al regime precedente: per loro quei reduci erano la prova vivente della disastrosa gestione dell’armistizio dell’8 settembre di cui i propri esponenti erano i responsabili.

Solo nel 1998, il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro concesse “motu proprio” la Medaglia d’Oro alla memoria dell’Internato Ignoto. Da quel momento gli IMI entrarono a far parte della Resistenza italiana.