Orazione di Tommaso Chiarandini alla cerimonia di Pagnacco, sabato 26 settembre 2020


Amiche e amici, compagne e compagni, una buona giornata a tutte e tutti. È con vero piacere che sono qui, assieme a voi, a commemorare i caduti di Pagnacco nella lotta di Liberazione. Vorrei farlo con una riflessione che è nata dalla lettura dell’elenco dei caduti.
È un elenco breve, quasi insignificante, almeno per quella che potremmo chiamare la grande Storia, la storia con la “S” maiuscola. Un elenco breve, che però per un piccolo paese di questo nostro Friuli è quasi interminabile, è portatore di un dolore immenso. Quattordici nomi, quattordici cognomi. Quattordici date di nascita, dodici date di morte.
Questo pugno di nomi, a rigor di logica, non dovrebbe costituire un campione valido per un nazione, per una regione, forse nemmeno per un comune. Temo che le leggi della scienza statistica richiedano un maggior rigore e una maggiore ampiezza. Eppure, almeno per me, è quasi impossibile sfuggire alla tentazione di cercare di ricostruire le storie dietro a quei nomi, e il mondo dietro a quelle storie.
Le poche righe che, nell’elenco gentilmente fornitomi dall’ANPI di Pagnacco, accompagnano ognuno di questi nomi, ci parlano, se vogliamo ascoltarle. Quelle poche parole, specchio di vite reali, vissute, sono anche le tessere di un mosaico più vasto. Sono un ritratto, senza dubbio incompleto, certo, ma un ritratto efficace dell’Italia culla, ostaggio e vittima del fascismo. Dell’Europa – e del mondo – travolti e sconvolti dalla violenza voluta dal nazismo e dal fascismo.
In questa lista ci sono uomini adulti, uccisi negli anni della maturità. Ci sono giovani. Ci sono giovanissimi, come Gino Sant, “Belpasso”, ucciso dalla guerra a neppure quattordici anni. Il più giovane caduto della Resistenza italiana. Ci sono tutte le professioni del Friuli contadino di ottant’anni fa: contadini, manovali, artigiani, ma anche alcuni “borghesi”, per così dire: impiegati, commercianti. E, appunto, uno “scolaro”.
Le vite, le date di nascita, le professioni, parlano.

Parlano ancora di più però, forse, le morti di questi quattordici uomini. Ci parlano di quasi due anni cruciali e terribili, tra 1943 e 1945, quando l’Italia – e gli italiani – si trovarono a dover cercare di sopravvivere, a dover scegliere, a dover immaginare un qualche domani oltre la nebbia della guerra.

E ci parlano della guerra fascista, delle sue conseguenze, dell’assurdo tributo pagato dalle nostre comunità al feticcio della potenza imperiale, del nazionalismo, della sopraffazione. Ci parlano, anche, di quella “morte della Patria” che fu l’otto settembre, di quell’esame di abilità e maturità politica così clamorosamente fallito dalla classe dirigente dell’epoca.
Dall’otto settembre 1943 non si saprà più nulla di Angelo Calligaris e Guido Pegoraro. Sono sotto le armi, uno in Grecia, a Creta, l’altro in Croazia. Sono soldati del Regio Esercito, che sta occupando due paesi invasi qualche anno prima. Entrambi finiranno dispersi, come recita la formula, «per eventi bellici armistiziali». Abbandonati a loro stessi, senza ordini, non riusciranno a tornare a casa. Anche Giuseppe Cudis pagherà subito per gli errori di altri: morirà tre giorni dopo l’armistizio, combattendo il nuovo nemico, il vero nemico.
Altri moriranno in seguito, per mano del nemico nazista e fascista, in un Paese diviso in due, occupato da potenze straniere, campo di battaglia tra eserciti stranieri. Campo di battaglia di una guerra civile tra chi continua a credere nel nuovo ordine mondiale, nelle gerarchie etniche o “razziali”, nella violenza dell’uomo sull’uomo e chi – invece – vuole, chiede e pretende altro, scegliendo di opporsi a quel cosiddetto ordine, a quelle gerarchie, a quella violenza sistematica, che è pilastro del fascismo.
Sono scelte possono avere un prezzo altissimo. Tra chi sceglie c’è Gino Sant, Belpasso. C’è Venero Canciani, gappista, deportato a Dachau e mai ritornato. Ci sono anche Aniceto Conedo “Violino”, Enrico Mariutti “Ras”, Elio Zuccolo “Dinamite”. Due garibaldini, un osovano uccisi assieme ad altri diciannove civili in una strage che seminerà cadaveri da Feletto a Pagnacco. Una strage insensata.
Uomini, donne, vecchi, un bambino di nove anni, uccisi barbaramente da truppe tedesche ormai sconfitte, in ritirata, il trenta aprile 1945. Una strage insensata, a cinque giorni dal proclama d’insurrezione generale, a un giorno solo dall’arrivo degli Alleati.
Il quadro della Resistenza italiana è però più complesso. Non muoiono solo partigiani in armi, o civili innocenti. E ancora una volta, i caduti della Resistenza di Pagnacco riescono a essere tessere di questo grande e variegato mosaico. Ci sono garibaldini e ci sono osovani, come appena visto.
Spesso, però, ci si dimentica del ruolo del Corpo Italiano di Liberazione, ossia di coloro che continuarono ad indossare il grigioverde del Regio Esercito anche dopo l’armistizio, al fianco degli Alleati. Ecco, Annibale Conte ci ricorda anche di loro: soldato dell’esercito cobelligerante, a portarselo via non sarà un proiettile o una granata, ma una malattia figlia della guerra.
Spesso – anche se, fortunatamente, sempre meno – ci si scorda anche degli internati militari. Anch’essi figli dell’otto settembre, abbandonati a sé stessi da chi, invece, avrebbe dovuto e potuto dare ordini. Rastrellati in tutta Europa, caricati sui treni, mandati a lavorare, e forse a morire, in Germania. Ecco, in quei campi di concentramento, campi di lavoro, il governo fascista di Salò cercò di reclutare il suo nuovo esercito, per continuare a combattere al fianco dell’alleato nazista.
E se in Italia qualcuno poteva forse permettersi di non scegliere, di non imbracciare armi o indossare divise, di nascondersi, di aspettare, ebbene, a quegli internati questo lusso non venne concesso. Dovettero fare una scelta. Scegliere tra cibo, una sistemazione e una divisa fascista e il freddo, la fame e i pochi stracci che avevano ancora addosso. La maggioranza scelse il freddo, la fame, gli stracci. Scelse di non legarsi a quell’alleato che li aveva abbandonati nella neve russa, che li aveva disarmati e caricati su un treno. Scelse di non legarsi al governo fantoccio fascista, a quel dittatore che li aveva mandati nella neve russa, di non legarsi a tutto ciò che questi rappresentavano.
Disse di no a quello che, per moltissimi, era stato l’unico governo, l’unico sistema politico mai conosciuto. Le motivazioni furono certamente molte, diverse tra loro.
Convinzione politica, rabbia, forse stanchezza. Qualsiasi fossero, però, bastarono per dire “no”, per scegliere la non collaborazione, anche conoscendo, o forse solo intuendo, il prezzo di questa decisione.
Albano Pelosin, inghiottito dal sistema concentrazionario tedesco nel settembre nel 1943, forse non dovette neppure fare questa scelta. La fecero però Gino Ambrosini, Otello Pividori e Alberto Zampa, tutti e tre internati militari, tutti e tre alpini, tutti e tre uccisi da una delle tragiche ironie della guerra. Come molti civili italiani, francesi, belgi, olandesi, furono uccisi da bombe americane incapaci di fare differenza tra amici e nemici. Assieme a loro cadde anche Giuseppe Tosolini.
Un’altra tessera del mosaico resistenziale. Come migliaia di uomini e donne, un civile italiano, deportato in Germania, a lavorare e forse a morire al servizio della macchina bellica nazista.
Un breve, lungo elenco, che ci aiuta una volta di più ad afferrare la portata della guerra, la portata della Resistenza. Non tanto dal punto di vista dei numeri, o delle percentuali. Soprattutto dal punto di vista della società in cui nacque e si diffuse la Resistenza. Dell’impatto di quei due anni su quella società, degli insegnamenti che quegli anni impartirono ai nostri padri e nonni. E cosa dovrebbero insegnare, o ricordare, anche a noi, a distanza di settantacinque anni.
Questi caduti ci ricordano innanzi tutto che l’oppressione, la violenza, le guerre toccano tutti. Che non sempre la classe sociale, la professione, l’età, sono degli scudi in grado di porci al riparo dal mondo e dai fatti del mondo. Possiamo crederci, possiamo sperarci, possiamo illuderci, ma siamo e restiamo parte di comunità, o più in generale di un mondo. E il mondo, può irrompere dalla porta quando meno ce lo aspettiamo.
Allo stesso modo, però, ci ricordano che anche il rifiuto, la rivolta, la resistenza, possono riguardare tutti. Che esiste sempre una scelta, e che anche il rifiuto, la non collaborazione, sono una scelta. Che si può scegliere presto, da ragazzini.
Che si può scegliere anche – o forse soprattutto – quando il mondo sembra crollare attorno a noi, quando gli ufficiali scompaiono, quando mancano gli ordini, quando il nemico è in casa. Che spetta a noi decidere da che parte stare.
Questi caduti ci ricordano che la Resistenza è una parola, è un movimento, che può avere mille facce. Un movimento a cui si può contribuire in molti modi: imbracciando le armi, aiutando chi lo fa, rifiutando la collaborazione. Un movimento in cui possono trovare posto storie diverse, vite diverse, credi e fedi politiche diverse.
Una parola, un movimento, però, creato dalle scelte di chi aveva ben chiaro chi fosse il nemico, contro chi e cosa si lottasse.
E il nemico erano i tedeschi, e il nemico era soprattutto il fascismo, chi lo difendeva e ancor di più ciò che il fascismo rappresentava. Sono certo che questi quattordici caduti abbiano avuto opinioni e motivazioni diverse, magari anche antitetiche. Che ognuno immaginasse l’Italia e il suo futuro a suo modo. Che ci fossero delle divergenze su cosa fare, sul come farlo, sul quando farlo.
Ma sono anche certo che il “perché”, quando ridotto ai suoi minimi termini, non sia mai stato in dubbio. Un’Italia unita, libera e democratica, che tollerasse il dissenso, che rifuggisse dal nazionalismo, dalla sopraffazione, dalla violenza. Un’Italia che fosse l’opposto di quella che era stata per vent’anni: un’Italia antifascista, che su questo patrimonio antifascista comune costruisse il proprio futuro. Un futuro in cui tutti, uomini e donne, potessero dire la loro e compiere le proprie scelte. Ogni giorno. Da cittadini, e non da sudditi.
Fu un movimento incompleto, a volte frustrante, imperfetto. Ma fu un movimento a cui si aderiva non per obbligo, non per cartolina precetto, non per «sante scugne», ma per scelta. Una scelta quotidiana, quella di lottare per cacciare l’invasore, per sconfiggere l’ideologia fascista, per dare a tutti, indistintamente, se non altro la possibilità di scegliere.
Questi caduti, allora, dovrebbero ricordarci il nostro privilegio. Il privilegio di dare per scontata la libertà personale, la libertà associativa, la libertà di opinione. Il privilegio di dare per scontato che si possa scegliere i propri rappresentanti. Il privilegio di dare per scontato che si possa anche contestarli, i propri rappresentanti. Il privilegio di poter scegliere da donne libere e da uomini liberi: liberi di leggere, di pensare, di parlare, di scrivere, di lamentarsi, di protestare, di proporre, di sperare. Liberi di denunciare anche la mancanza di libertà
sostanziale, l’ineguaglianza, «gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Liberi di esigere l’applicazione, sempre e ovunque, della Costituzione.
Dovrebbero ricordarci il privilegio di non dover pagare in prima persona il prezzo della nostra incompleta, spesso frustrante, sempre imperfetta libertà.
Settantacinque anni fa un piccolo paese del Friuli ha pagato col sangue, con la sofferenza, con il dolore. Assieme ad esso, centinaia e migliaia di altri paesi e città di un’Italia governata per anni, senza poter scegliere, dall’arroganza e dall’incompetenza e lanciata, senza poter scegliere, in una guerra di aggressione e sopraffazione.
Ricordiamoci allora, se non altro, che la Resistenza, la Repubblica e la Costituzione sono un patrimonio di tutti, che possiamo e dobbiamo difendere ciascuno secondo le proprie possibilità.

Perché non serva più che un tredicenne scelga di prendere in mano un’arma.

Che sia pronto a morire per permettere ad altri di scegliere.