Orazione di Antonella Lestani del coordinamento reginale donne Anpi del 17.09.2022


Buon giorno a tutte e a tutti,

abbiamo appena ascoltato dalla voce di Federica Vincenti la testimonianza della partecipazione al primo voto della 96enne Maria Minin, raccolta da Livia Cappella che è qui presente e che ringrazio,  che ci introduce alla presentazione della seconda parte del progetto di ricerca nato dalla collaborazione tra il Coordinamento regionale donne dell’A.N.P.I di Udine e l ‘Associazione Se non Ora Quando? (SNOQ) di Udine, che ha visto il suo avvio, in occasione delle celebrazioni per la Festa della Repubblica del 2 giugno, con l’esposizione della mostra Che genere di voto? a Palazzo Antonini e che si concluderà il 23 settembre prossimo con un convegno dal titolo Un viaggio nella storia del voto – Dalla parità dei diritti alla parità di rappresentanza al quale parteciperanno docenti ed illustri esperte/i in campo storico, legislativo e culturale.

Progetto che ha ricevuto anche il sostegno della Regione Friuli Venezia Giulia e approfitto dell’occasione per portarvi il saluto dell’Assessora regionale alla cultura Tiziana Gibelli.

Rivolgo a nome di tutto il nostro gruppo di lavoro, un saluto e un ringraziamento alla alle rappresentanti dell’Università di Udine: prof.ssa Valeria Filì Presidente Comitato Unico di Garanzia e Delegata del Rettore per le Pari Opportunità e alla prof.ssa Elisabetta Scarton del Dipartimento Studi Umanistici e Patrimonio Culturale, che invito per un indirizzo di saluto.

Ringrazio per la presenza l’assessore alla cultura Fabrizio Cigolot  che invito ad intervenire.

Prima di addentrarci nell’illustrazione delle due mostre, passo la parola ad Andreina Baruffini, presidente di SNOQ? Udine, che ci parlerà dei primi passi delle donne nella politica italiana.

L’idea di lavorare sulla rappresentanza di genere è nata 2019 quando Roberta Corbellini e Maria Pia Tamburlini  ebbero occasione di visitare la mostra “Elette ed eletti”, esposta oggi in questa sede  e di partecipare ad un convegno internazionale, tenutosi a Roma presso l’Archivio storico della Presidenza della Repubblica.

Poiché i temi trattati erano sembrati loro molto interessanti perché introducevano nuovi elementi di comprensione del funzionamento dell’istituto della rappresentanza decidemmo di avviare assieme una ricerca simile nel nostro ambito territoriale.

Oggi perciò siamo qui a presentare le due mostre, incentrate sul secondo dopoguerra quando, con il suffragio femminile, si chiude la secolare storia di esclusione delle donne dalla cittadinanza politica. Due mostre che, pur riguardando due diversi contesti geografici e istituzionali dimostrano quanto gli stereotipi e le resistenze culturali abbiano inciso e reso faticoso sia il processo di emancipazione che una più equa organizzazione della società locale e più in generale italiana.

Da un lato Il Friuli, una provincia di confine che, tra il 1945 e il 1948, con le prime elezioni affronta i problemi della ricostruzione, dall’ altro la capitale della politica e dell’informazione dove, in seguito al referendum tra Monarchia e Repubblica del 2 giugno 1946, inizia a edificare lo Stato e il nuovo Parlamento basato sulla rappresentanza elettiva di uomini e donne.

Che le disparità e gli atteggiamenti discriminatori affondino le loro radici nel passato è un dato condiviso da entrambe le ricerche, pertanto l’analisi dei diversi fattori che hanno prodotto nel tempo gli stereotipi e le asimmetrie di genere, le loro specifiche declinazioni e gli slittamenti dei ruoli nel quadro di diversi periodi, costituiscono la principale premessa per l’attuale definizione di interventi di diversa natura volti al superamento di pratiche discriminanti.

Due mostre che guardando al passato ci conducono all’elaborazione del presente perché è sotto gli occhi di tutti che in  Italia lo squilibrio della rappresentanza di genere nelle istituzioni è un dato endemico che attraversa la storia della Repubblica dalle origini ad oggi. Questo deficit è riconducibile a diversi fattori, tra questi anche le rappresentazioni di genere. 

Infatti, le ricerche storico/documentali sviluppate per le due mostre dimostrano le diverse sfaccettature di un traguardo che, se da un lato attesta l’avvio dell’emancipazione giuridica delle donne, dall’altro pone in luce forti ostacoli culturali che ne frenano il compimento.

Le due mostre  convergono su due aspetti della storia del voto:

  • Il desiderio delle donna di lasciarsi alle spalle la tragica esperienza del totalitarismo fascista e che sono desiderose di costruire e costruirsi un nuovo futuro, fatto di libertà, pace e giustizia sociale. Ricordiamo che molte di loro parteciparono alla Lotta di Liberazione e sono donne che vivono con grande consapevolezza la responsabilità del voto.
  • la costruzione di una rappresentazione di genere quale processo tendente a svalutare la “donna politica” attraverso la ridicolizzazione, il richiamo ad aspetti distanti dalle virtù di compostezza e razionalità che avevano definito “l’uomo politico “. Se da un lato la “donna politica” provoca senso di ansietà e per questo viene percepita come una specie di “invasore di uno spazio” fino allora occupato da maschi, unici titolari della sfera pubblica dall’altro, i partiti politici si preoccupano di dare al corpo della donna uno stile di sobrietà, rigore e austerità.

Le fonti per entrambe le mostre sono stati gli organi di stampa, le testate dei principali partiti friulani (nel nostro caso), immagini tratte da vari archivi, biografie e testimonianze ci aiutano a capire  come la “costruzione dei corpi della donna politica” hanno ed abbiano ancora la funzione di produrre diseguaglianze ed asimmetrie; disparità e discriminazioni nei confronti delle donne che sono ancora molto presenti, determinati da radicati pregiudizi che non è facile estirpare nonostante anni di lotte e numerose conquiste.

Concludo con una riflessione sull’oggi e un appello al voto: Il voto è l’esercizio di un diritto conquistato con fatica e con lotte, è un’assunzione di responsabilità che comporta l’onere di una scelta. Il voto è partecipazione. Rinunciare al voto è l’esatto opposto, un atto contrario alla responsabilità civile, una mutilazione, perfino un codardo tradimento dei sacrifici costati per conquistare la democrazia, un torto a quelle italiane e a quegli italiani che hanno creduto e agito nella storia verso la libertà di tutte e tutti.

Può darsi che si esageri quando si stabilisce un paragone tra la portata della contesa elettorale imminente e quella del 1948. La prossima settimana voteremo, al termine di una campagna elettorale convulsa, troppo breve, spesso di bassissimo profilo e inadeguata nei contenuti.

Abbiamo molto sentito parlare di minaccia alla nostra democrazia. Di sicuro un serio problema per la salute della democrazia è rappresentato dalle dimensioni dell’astensionismo.

Stiamo attraversando uno dei momenti più difficili della nostra breve storia repubblicana. Gli ingredienti ci sono tutti: una crisi economica e sociale, una guerra al centro dell’Europa, che nessuno sembra intenzionato a far cessare e il cui tema sembra del tutto sparito dalla campagna elettorale; l’aumento ingiustificato del costo dell’energia e l’inflazione che nella guerra hanno solo una delle cause; una pandemia che potrebbe riproporsi, una crisi climatica e ambientale che suona come un campanello d’allarme per la sopravvivenza del nostro stesso pianeta.

Insomma, viviamo nell’incertezza del presente e proprio in momenti come questi (ce lo insegna la Storia) dove la paura, anche indotta, ci fa diventare individualisti, ci fa concentrare sui nostri bisogni e non su quelli della collettività, che si rischia un arretramento dei diritti civili. Soprattutto i diritti civili che riguardano noi donne. E’ sotto gli occhi di tutti quello che sta accadendo negli Stati Uniti con il diritto all’interruzione di gravidanza, in Ungheria dove l’esecutivo guidato da Orban ha approvato un nuovo obbligo per i medici che ora devono presentare alle pazienti che decidono di interrompere la gravidanza la prova “chiaramente identificabile delle funzioni vitali del feto” ovvero il battito cardiaco, dove l’aumento delle laureate potrebbe renderle meno propense a sposarsi e ad avere figli e così vengono viste come un pericolo per la società.

Allora ricordiamoci che il 25 aprile del 1945 consegnò alle generazioni future un’eredità degna dei loro sogni.

Noi, cittadine/i di oggi, dobbiamo consegnare intatta al futuro la medesima eredità.
Perché questo sono, in fondo, le elezioni: una scommessa della cittadinanza nel futuro, la garanzia che la democrazia continua, un atto di fiducia verso la politica e le istituzioni. In fondo, sempre un gesto di coraggio, da parte di tutti.
Il calendario della storia ci ricorda la scelta tra due vie possibili per l’Italia, in questo fosco centenario dal fascismo. La scelta della democrazia è esattamente la distanza che ci separa, non nel tempo ma nelle volontà, nelle coscienze e nei valori, da quel buco nero.

È una distanza morale. È una distanza umana. Andiamo a votare.