HO SCELTO LA PRIGIONIA La resistenza dei soldati italiani nei lager nazisti 1943-1945_Vittorio Vialli


HO SCELTO LA PRIGIONIA La resistenza dei soldati italiani nei lager nazisti 1943-1945 di Vittorio Vialli ediz. Il Mulino

recensione a cura di Carlo Baldassi , comitato direttivo Anpi “Città di Udine”

Bella la ristampa di questo libro, con la raccolta di decine e decine di fotografie scattate clandestinamente dal giovane tenente V. Vialli catturato dai nazisti con l’Operazione Alarico dall’8 settembre 1943 e rinchiuso per due anni in vari lager come IMI (Internati Militari Italiani). Corredato da due recenti saggi, il libro fa parte della ‘riscoperta’ del valore etico e anche politico della scelta di quei ‘600.000 NO’ dei soldati italiani al nazismo e alla RSI di Salò, un NO che dagli anni ’80 viene giustamente definito ‘L’altra Resistenza’ (titolo del libro di A.Natta).

La raccolta fotografica per blocchi tematico/cronologici è accompagnata da brevi introduzioni di Vialli stesso: ‘La sporcizia come arma di ricatto’, ‘Spoliazioni e commerci nei lager’, ‘Gli appelli’, ‘La propaganda per l’adesione alla RSI’, ‘I trasferimenti’, ‘I viveri’, ‘I passatempi’, ‘La radio clandestina’ e infine ‘I propositi dei nazisti’ (fortunatamente non attuati). La forza comunicativa delle immagini e delle poche note di Vialli sono richiamate dai saggi di L.Collacchioni e di E.Macinai che sottolineano il valore della memorialistica e dei diari anche di fronte ai tardivi riconoscimenti della storia ufficiale postbellica.

Perchè IMI e non prigionieri di guerra? La definizione di IMI invece che Kriegsgefangener fu da subito usata dai nazisti perchè essi consideravano quei 600.000 solo ‘badogliani traditori’ che non dovevano rientrare nelle tutele della Convenzione di Ginevra e perciò utilizzabili nel lavoro coatto. Fu doppiamente drammatica per gli IMI: disprezzati dai tedeschi, erano a volte considerati da altri prigionieri (es. i francesi) ancora soldati dell’invasore fascista. Lo status giuridico cambiò dall’estate 1944 quando Mussolini – di fronte al rifiuto quasi totale di adesioni alla RSI – con Hitler escogitò una formula ipocrita che trasformava questi IMI in ‘liberi lavoratori’: i nazisti ebbero nuovi semi-schiavi per l’economia bellica e a Mussolini sembrò un (inesistente) piccolo successo politico. Tra l’altro quella ‘qualifica’ ha permesso alla Germania del dopoguerra di rifiutare ogni risarcimento economico agli ex IMI poiché appunto ‘liberi lavoratori’ e non prigionieri di guerra.

Perché al loro ritorno per anni gli IMI parlarono poco della loro odissea? Nel libro di Vialli e in varie successive interviste a superstiti (reperibili sul web) emerge anzitutto il loro senso di abbandono e il desiderio di ‘sublimare’ la loro esperienza. Di fatto questi ex prigionieri al loro agognato ritorno nell’autunno 1945 trovarono un’Italia semidistrutta, disinteressata, tutta presa dalle urgenze del quotidiano. Lo stesso schieramento politico costituente – anche a sinistra- per molti anni considerò quella dei partigiani nel Nord e del nuovo esercito di Cadorna l’unica Resistenza (certamente gloriosa e fondamentale per la democrazia e la Repubblica). Eppure sarebbe stato giusto ricordare che – accanto agli episodi eroici come Cefalonia – tra quei 600.000 che accettarono consapevolmente umiliazioni, fame, freddo, pidocchi, violenze, malattie, morte e nostalgia di casa, meno del 5% consegnò la propria umana resa alla ‘cassetta tentatrice’ sempre esposta fuori dalle baracche per chi avesse voluto ‘aderire’ alla RSI. Certo molti (soprattutto ufficiali superiori) resistettero perchè fedeli al giuramento al Re o ‘solo’ per l’onore del soldato, ma il rifiuto generale e continuo di diventare strumento attivo dei nazifascisti fu la dimostrazione della loro dignità di uomini e di italiani.

L’omaggio ufficiale agli IMI e alle migliaia di loro morti si trova al Museo dell’Internamento di Padova curato dall’ANEI.

P.S. Il libro di Vialli mi ha ricordato continuamente anche gli scarni, drammatici racconti che un altro IMI – mio padre Roberto classe 1924 – ogni tanto evocava in famiglia. Al ritorno consegnò un breve documento alle autorità militari e che ora ho affidato all’archivio dell’ANPI di Udine anche in preparazione di una prossima mostra sugli IMI curata da Flavio Fabbroni.