Le zone libere

Il 4 giugno 1944 Roma fu liberata. Dieci giorni dopo, l’organo politico di direzione della Resistenza nell’Italia occupata, il CLN Alta Italia, lanciò l’appello all’offensiva generale.

In poche settimane il quadro militare e politico sembrò nettamente cambiato: il governo di Salò era profondamente in crisi e isolato nel Paese, come dimostravano l’esito negativo delle leve fasciste e i numerosi passaggi di militi repubblicani nelle file partigiane; in crisi erano anche gli occupatori tedeschi, che, incalzati dalle truppe alleate, avevano perso il controllo di grandi zone in mano alle bande del movimento di liberazione.

 Si apriva una prospettiva: quella dell’insurrezione, che (cito dalla circolare del 2 giugno del CLN Alta Italia, che sollecita la costituzione delle zone liberate) avrebbe fornito “la prova storica dell’opposizione del popolo italiano al nazifascismo” e “la sua riabilitazione di fronte al mondo intero”.

Riabilitazione rispetto alle responsabilità del regime fascista: di aver scatenato insieme al Terzo Reich e al Giappone una guerra orribile; e di aver collaborato alla “soluzione finale” degli ebrei europei con le leggi razziali prima, con le disposizioni della Repubblica sociale poi, che ordinavano la requisizione totale dei beni degli ebrei italiani, il loro arresto e la consegna ai tedeschi.

Era giunto il momento che il movimento di liberazione costituisse organi di potere che fossero validi interlocutori dell’amministrazione alleata.

In altre parole le zone libere e la loro amministrazione dovevano rappresentare il primo vero banco di prova della nuova classe dirigente antifascista.

In realtà, di zone controllate dai partigiani ove organizzare la vita civile si parlava ben prima dell’estate, specialmente da parte del partito comunista. Il presupposto era il rifiuto di una Resistenza impegnata solo in attività di sabotaggio e di guerriglia di disturbo: la Resistenza invece doveva coinvolgere la popolazione civile. Luigi Longo già nel giornale “Il Combattente” del gennaio ’44 invitava i partigiani, dal Piemonte all’Emilia al Friuli, che già presidiavano ampie zone, “ad esercitarvi sistematicamente il potere, dando autorità al popolo”.

In quel momento storico, caratterizzato dalla veloce avanzata alleata, il CLN Alta Italia e il Corpo Volontari della Libertà, la guida militare della Resistenza, costituito a Milano il 9 giugno ’44, fecero propri questi presupposti.

Questo fu lo spirito della circolare del CLNAI del 2 giugno, che iniziava con queste parole:

Il corso degli eventi permette di prevedere che a scadenza non lontana si verificheranno probabilmente avvenimenti di grande importanza per la liberazione del nostro paese…”.

E più avanti affermava: “Allorquando, nel corso della lotta, la liberazione di un determinato territorio o località non coincida immediatamente nel tempo con l’intervento degli eserciti alleati e del Governo nazionale, … ai CLN provinciali e locali incombe il dovere di assumere di loro iniziativa… la direzione della cosa pubblica, di assicurare in via provvisoria le prime urgenti misure di emergenza per quanto riguarda la prosecuzione della guerra di liberazione fino alla distruzione del nazifascismo, i provvedimenti di epurazione contro i fascisti repubblicani e gli agenti del nemico in genere, l’ordine pubblico, la produzione, gli approvvigionamenti, e servizi pubblici ed amministrativi, eccetera”. E ancora: “I CLN locali provvederanno alla nomina di un sindaco e di una giunta comunale…”.

A questa direttiva seguiranno il 28 giugno, il 10 e il 19 luglio le istruzioni dettagliate del CVL sull’organizzazione militate e civile delle zone liberate.

Queste decisioni non furono accolte ovunque pacificamente dalle forze militari e politiche della Resistenza. Si trattava infatti di rovesciare la tattica della guerriglia: si trattava di passare da un’azione offensiva ed elastica ad una difensiva e statica.

In altre parole, la questione che si poneva era: con l’armamento e le forze disponibili, si era nelle condizioni di difendere con efficienza le zone liberate?

Ma le esitazioni furono superate con l’argomentazione che esprime con chiarezza nella sua relazione sulla Giunta di governo della zona libera della Carnia uno dei protagonisti di quell’esperienza, Celestino, l’azionista Nino Del Bianco:

Uno dei principali motivi per i quali il Governo è sorto così come è sorto con la sua struttura e con le sue caratteristiche di Governo legale, è stata la credenza che la guerra non sarebbe continuata a lungo o che perlomeno era entrata in una fase talmente acuta che i tedeschi non avrebbero più avuto la possibilità di un ritorno offensivo”.

Fatto sta che sotto l’impulso delle direttive di cui abbiamo parlato, si formarono nell’Italia occupata 19 zone libere, in un arco cronologico che va dal 10 giugno, data della creazione della zona della Val Ceno (Parma), all’inizio di dicembre, quando si conclude l’esperienza a Torriglia (Genova) e nell’Alto Monferrato. Tra le più note, citiamo la repubblica di Montefiorino (Modena), la Val D’Ossola (Novara), le Langhe, e le due friulane, della Carnia e del Friuli Orientale.

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