La Caserma Piave di Palmanova

Deposizione al processo della Corte straordinaria d’Assise di Udine ai criminali della Caserma Piave di Palmanova, settembre 1946.

 

RELAZIONE sul bestiale trattamento subito dal patriota ZAMPARO dr. Alfonso di Pietro (Liviano) durante i giorni di detenzione nella caserma Piave di Palmanova

         Io sottoscritto dr. Alfonso ZAMPARO, dimorante nel comune di Gonars (Prov. di Udine) patriota appartenente alla I° Divisione Osoppo – Friuli, Battaglione ITALIA comandato da GOI e contemporaneamente organizzatore e comandante della 3° compagnia del Btg. “Basso Cormor” della 2° Div. Osoppo – Friuli, elemento di collegamento a cui furono affidati incarichi delicati e difficili, fui arrestato dalle bande nere di Palmanova il 19.12.1944 e condotto nella caserma Piave di quel capoluogo.

         Tra i figuri eminenti per azioni direttive di torture e flagellazioni di prigionieri politici che ho conosciuti, sono:

Capitano Ferrari o Ruggeri (Ruggero n.d.r.) comandante della compagnia;

S.ten Arrotini (Rottigni n.d.r.); S.ten Cella; Sergente della “mas” Rebez; Serg. Munaretto; milite Piccini; mil. Cragno; mil. Billi o Biglia; mil. Bianco.

         Questo gruppo di teppisti sanguinari, a cui andrebbero aggiunti pochi altri che saltuariamente intervenivano nelle azioni di tortura e di cui ora mi sfuggono i nomi, furono gli esecutori materiali degli ordini del CAP. PAKIBUS della S.S. e del cap. Ruggeri il quale era investito di una certa autonomia d’azione per ciò che concerneva gli interrogatori dei prigionieri e le loro torture.

         Come accennai, fui arrestato il 19.12.1944 e rimasi a Palmanova fino al 17.2.1945. Di queste 61 giornate, 54 le passai nelle prime tre tristissime celle, luogo di patimenti e di dolori per i patrioti e sette nelle sale di detenzione della collettività. Da Palmanova fui trasferito nelle carceri di Udine, e da qui, il 24.2.1945, fui convogliato per la Germania e destinato a popolare il campo della morte di Dachau.

         Nelle carceri di Palmanova, il primo interrogatorio lo sostenni il 21.12.44 vero le ore nove della sera. Mi legarono una mano al dorso e mi condussero nella saletta dell’interrogatorio, ove ero aspettato dal S.Ten Cella, Serg. Rebez e dal Serg. Munaretto. Non mi si contestò nulla, m’ingiunsero solo di parlare. “Noi sappiamo tutto sul tuo conto”- insistevano quei bruti –“Ma vogliamo sentirlo dalla tua viva voce”-. Al mio silenzio deciso si ripeteva il classico: “Non parli? Non vuoi parlare?”- Dopo i primi momenti, il tutto era accompagnato da sonori schiaffi, da energici calci agli stinchi, da bastonature con un legno da bruciare, legno che il Rebez s’incaricava di maneggiare alla perfezione. Ciò durò per una buona ora. Alla fine, di fronte al mio silenzio, mi si diede cinque minuti di tempo perché mi decidessi a parlare, minacciando che allo scadere del quinto minuto sarei stato sottoposto al famoso “Trattamento speciale” il quale consisteva nell’impiccagione mediante corda stretta ai polsi, braccia passate dietro il torso e completamente nudi, da eseguirsi nella cella n° 1, adibita alla bisogna. Il tempo stabilito passò senza che io pronunciassi verbo ed il triste “trattamento speciale” fu attuato. Esecutore della legatura fu il Serg. Munaretto con un milite chiamato per l’occasione. Rimasi impiccato per 5 ore. Liberato, mi fecero passare il resto della notte nudo sul tavolaccio della gelida cella. Alla mia preghiera perché mi portassero una coperta o mi allungassero la giubba che era nel corridoio della cella, risposero sempre con un netto rifiuto, aggiungendo che quelli erano gli ordini del capitano comandante la compagnia.

         Il secondo interrogatorio venne soltanto nel tardo pomeriggio del 23.12.44. Furono quasi due giorni di ansie e di tribolazioni, perché ai rinchiusi nella cella n° uno, era riservato il disprezzo e l’odio velenoso della sbirraglia, che dallo spioncino e dentro la cella stessa, insultava, ironizzava, e gettava, assieme agli sputi e schiaffi, un senso di oppressione nell’animo. Nella sala dell’interrogatorio trovai solo il S.Ten Cella; ma di tanto in tanto facevano la loro fugace apparizione il S.Ten. Arrottini e il serg. Rebez, quasi avvoltoi che attendessero la preda. Questa volta parlai a lungo, sostenendo sempre la mia non curanza verso le formazioni partigiane; parlai delle mia convinzioni politiche, del mio sentimento religioso, della famiglia, della Patria e del mio martirio. Ammisi di avere un fratello comandante di formazioni patriottiche ma di non sapere nulla da lungo tempo della mia esistenza. Scansai le domande sibilline; smontai tutta l’impalcatura delle effimere accuse e il tutto si concluse con un verbale brevissimo con cui era posta in luce la mia irresponsabilità. Le parole conclusive del S.Ten. Cella furono ancor più incoraggianti di quelle poste a verbale. L’ufficiale mi disse infatti che dopo una tale chiarificazione restassi tranquillo ed attendessi l’indomani con la fiducia di essere posto in libertà. Ordinò che fossi portato non già nella cella ma nella sala della collettività.

         Ma la buona speranza ebbe una breve durata. Dopo un paio di ore circa entrò in sala, come una furia, il milite Piccini, il quale in un primo momento si scagliò contro un certo Carniello, patriota dal passato abbastanza attivo. In brevi secondi il Carniello fu ridotto grondante di sangue e tramortito con i potenti colpi della mano armata da una grossa pistola. Indi il Piccini si scagliò contro di me; mi scaraventò fuori della sala e con ghigno beffardo ed ironico, mi ordinò di precederlo, indicandomi la via delle celle di tortura. Sotto una gragnuola di pugni, calci ed insulti, fui obbligato a spogliarmi; mi si passò la corda ai polsi e mi si appese col solito sistema all’uncino che era conficcato nel muro. Ma al Piccini non parve sufficiente quella tortura. Il chiodo era troppo basso per la mia statura. Stirando le membra arrivavo a toccare il pavimento con la punta dei piedi e ciò non doveva verificarsi. Fui sganciato e spinto con estrema brutalità verso l’entrata della cella. La corda passò al di sopra della porta e venne fissata all’esterno sul catenaccio. Risultai così appeso a una forma di tavolaccio mobile, con i piedi ben alti sul pavimento e le mani oltre il bordo superiore. E s’iniziò il calvario. La porta veniva spinta con energia dal Piccini che pareva impazzito di gioia per la originale trovata. Alla operazione si prestò anche la mano compiacente di qualche degno compare, tra coloro che intanto si erano riuniti per godersi lo spettacolo. Le mani mi si sarebbero spezzate dalla violenza di chiusura della porta, se non avessi cercato di frenare la spinta con i piedi, le ginocchia ed anche con la testa. Non so  quanto abbia potuto durare il lugubre cigolio dei cardini. Ad un certo punto cessò perché il Serg. Vetere, giunto poco prima sul luogo, richiamò il Piccini, ritenendo troppo bestiale il trattamento che mi si faceva…

         Verso la sera della vigilia del S. Natale mi ordinarono di passare nella cella n° 3. La n° 1 doveva servire per la tortura di altri patrioti. M’illusi di poter trascorrere in pace quella Santa notte. Ma non fu così: verso le due del mattino i catenacci cigolarono e due belve ubriache entrarono nella cella. Erano i militi Cragno e Piccini. Ne seguì una battitura tremenda che durò una buona ora. Non si trattò di interrogatorio, né di contestazione alcuna. Quei bruti godevano del dolore che producevano e si inebriavano del sangue che sgorgava dalla bocca, dal naso e dalle lacerazioni prodotte alle spalle, alle braccia…

                 Per l’esposto svolgere dei fatti, nel pomeriggio del 29.12 il mio interrogatorio ebbe fin dall’inizio un aspetto tragico. Nella saletta mi attendevano soltanto il S.Ten Arrotini, il serg. Rebez; il serg. Munaretto, il mil. Bianco. Dopo brevi parole il Rebez mi diede i tradizionali tre minuti di tempo per parlare. Intanto l’Arrotini si preparò in piedi con in mano un solido nervo. Il tempo passò a vuoto e s’iniziò la serie delle tremende nervate. Il Rebez mi obbligò a denudarmi. Il nervo passò dalle mani dell’Arrotini a quelle del Rebez, e Bianco. Indi con  altro bastone, ritornò nelle mani dell’Arrotini e Rebez assieme. Mi fecero inginocchiare, camminare a gatto per la stanza prendere la posizione dell’attenti, mentre le nervate cadevano violente e continue ed il sangue grondava copioso dalla schiena. I segni permanenti della violenza di quella tragica scena sono ben visibili sul mio corpo. Dalle calunnie sorte nel paese e respinte con l’energia dell’innocenza anche tra i dolori inauditi delle vergate, le accuse ritornarono alla fine sulla mia attività di patriota. Per quei bruti, ero capo di organizzazioni, intendente, delegato politico, addetto alla propaganda ecc. Volevano nomi. Mi flagellarono in tutti i modi. Resistetti. Mi dissero più tardi che la tortura durò circa tre ore e si concluse, come al solito con poche righe di un verbale negativo. Ma i carnefici, stancatisi dal maneggio dei bastoni, pensarono alla corda. Fui accompagnato dal Rebez nella cella n° 1, denudato, legato ai polsi ed appeso al terribile chiodo che in questa circostanza venne tolto dal vecchio buco e conficcato nel muro una trentina di centimetri più in alto. Le minacce, gli insulti volgari ed ironici, le pedate e pugni accompagnarono l’operazione d’impiccagione. Il Rebez ordinò che non dovevo essere slegato se non in sua presenza e soggiunse che in quella notte dovevo decidermi a parlare o morire. Dopo due ore infatti il carnefice ritornò. Ebbi la solita ingiunzione a parlare; i soliti pugni e scudisciate con una corda che si trovava sul tavolaccio della cella. Al mio silenzio il Rebez mi sollevò di più sul chiodo e se ne andò. Si fece rivedere dopo altre due ore circa. Per il mio silenzio, riprese la battitura con la corda e, come novità, mi si portò una gavetta piena di acqua fortemente salata che dovetti trangugiare sempre restando appeso. Nei brevi momenti che interrompevo la bevuta per respirare, era una gragnuola di percosse che mi arrivava addosso. Il sale non sciolto e rimasto nel fondo della gavetta, mi fu mandato nel collo con un cucchiaio. Le belve ritornarono dopo breve volgere di tempo. Questa volta portarono con loro un secchio di acqua fredda. Mi si minacciò, ma non mossi labbro e l’acqua gelida mi fu scaraventata addosso dal Rebez stesso. Il quale ordinò di prenderne un altro secchio che mi venne vuotato, questa volta, sulle spalle e sulla testa. Portarono un terzo secchio che risultò essere d’acqua ben calda. Me lo gettarono sul corpo. La reazione fu tremenda; mi sentivo morire. I bruti mi lasciarono sempre appeso, e se ne andarono con l’evidente disgusto di non aver ottenuto il loro scopo. Più tardi il Rebez ritornò per la terza volta nella cella, e, furibondo per il mio mutismo, mi percosse come una furia. Come Dio volle se ne andò, ordinando di lasciarmi appeso fino al suo giungere l’indomani mattina. Le mie grida di dolore invece pare seccassero assai qualcuno dei caporioni, tanto che, subito dopo la mezzanotte, dopo circa sette ore di impiccagione, mi staccarono dal chiodo. Passai il resto della notte sul tavolaccio. Ero nudo, pieno di freddo e di febbre, con il corpo lacerato e grondante sangue, le mani perdute per la stretta della corda le dita nere e congelate nelle punte. Verso mezzogiorno dell’indomani mi posero addosso qualche indumento. Io non potevo vestirmi. Le mani non mi servivano più e non potei usarle per tutto il mese di gennaio…

         Passarono altri due giorni. Si arrivò così alle ore 16 di Capodanno. A quest’ora si presentò in cella il S.Ten. Arrottini con un paio di sbirri. M’ingiunse di spogliarmi, passò la corda ai polsi e mi sollevò al chiodo senza pronunziare parola, né rispondere alle mie suppliche, alle mie proteste. Se ne andarono tutti appena finita l’operazione e non vidi che la guardia ubriaca e sghignazzante, fino alle ore 22. A quest’ora si presentarono in cella il Rebez con l’Arrottini. Mi invitarono a parlare, mi affibbiarono qualche ceffone, mi sollevarono ulteriormente da terra sul chiodo, mi dissero che sarei rimasto impiccato per sempre e se ne andarono alla festa da ballo, organizzata in caserma. Verso le 23, si affacciò il milite Billi o Biglia la cui famiglia pare abiti tuttora a Sevegliano. Non poté aprire la porta della cella, ma aveva la sua sete di sangue da appagare. Spinse il fucile attraverso lo spioncino e mi assestò dei tremendi colpi che mi lacerarono le carni lasciandomi dei segni che anche oggi si possono vedere. Ma il bruto parve poco tutto ciò. Prese il manico di una ramazza e, con il braccio tutto dentro il pertugio della porta, colpì alla cieca. Dei colpi tremendi mi caddero un po’ ovunque sul corpo. Specialmente alcuni sulla testa mi lasciarono tracce in forma di capogiri che mi durarono alcune settimane. Alle ore 1.30, cessato il ballo, fui slegato. Oltre nove ore di impiccagione cagionarono la perdita totale di ogni movimento alle mani, ai polsi, all’avambraccio. La reazione e la febbre mi diedero dolori atroci per tutte le membra. Oggi stesso sento nelle mani le conseguenze di quelle torture. Credevo che fosse giunta la fine, ma non venne. Non venne neppure nei tre giorni successivi che passarono senza che mi portassero vitto. Ebbi solo un gavettino d’acqua da certo Bonin, bravo uomo addetto alle pulizie della caserma, che fece tanto bene ai prigionieri, e un tozzo di pane vecchio trovato sotto il tavolaccio della triste cella…

         Non ho mai visto il sentimento della pietà affiorare dal cuore di quei tristi uomini. Pareva godessero delle sofferenze di tante vittime e nei momenti di maggior dolore, durante le scene di tortura e di flagellazione, si eccitavano tutti, si inebriavano, incitavano i carnefici a persistere, accompagnando le battiture con motti e frizzi, con l’ironia acerba verso le vittime.

         Nessuna pietà dovrà oggi fermare il corso di una severa giustizia che punisca questi uomini, togliendoli per sempre dalla sana collettività, onde evitare che avvelenino l’aria con la loro sola presenza. I nostri martiri gridano giustizia. Raccogliamo questo grido, sicuri che dopo vendicati essi dormiranno in pace nel fondo delle loro tombe ancora ignote.

                                                                  F.to il patriota

                                                                  Alfonso Zamparo

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