Intervento di Margherita Mattioni a Borgo Villalta il 24/4/15

DISCORSO SULLA LAPIDE DEI CADUTI DI VIA LEICHT

24 APRILE 2015

Neuengamme, Dachau, Mathausen. Campi di concentramento. Campi di morte in cui furono rinchiusi e morirono tanti partigiani, ma per coloro che ci hanno restituito le grandi conquiste della democrazia non esistevano certezze né luoghi in cui sentirsi completamente al sicuro; in montagna, in pianura, in campagna o in città: ovunque ed in qualsiasi momento vi erano solamente rischi ed avversità assieme a tutto il coraggio necessario per affrontarli.

 1.       Bigotti Nello, nome di battaglia “Grivò”;

2.       Bortolotti Italo, “Ivo”,

3.       Castiglione Silvano;

4.       Cesca Mario il “Nape”,

5.       Coss Vittorio

6.       Fabbro Ferdinando

7.       Ferreri Bertillo

8.       Ferreri Giuseppe

9.       Gobitta Luciano “Oscar”

10.     Lodolo Giovanni il “Pino”

11.     Mega Rinaldo il “Marco”

12.     Mitri Pietro

13.     Pasinato Edgardo l’“Udine”

14.     Periz Giobatta, “Orio”

15.     Quoco Alessandro

16.     Tomada Galliano

17.     Tonizzo Giuseppe il “Leone”

18.     Torossi Tiziano, “Scure”

19.     Vida Galliano, “Valerio”

20.     Zamparo Aldo, “Pino”,

21.     Zanuttini Mario,

22.     Zilli Angelo, “Ledra”

La memoria di questi giovani combattenti, tutti residenti del borgo Villalta, è legata al loro destino, ovvero l’aver incontrato la morte durante il cammino di libertà che avevano scelto di intraprendere, nella speranza di vedere l’Italia risorgere come uno Stato finalmente libero. Un cammino irto, impervio. Un cammino che loro stessi sapevano avrebbe potuto concludersi con l’epilogo più doloroso da accettare per un ragazzo, quando si ha di fronte a sé tutta una vita: scegliere di correre il pericolo di vedersela spezzare a causa dell’ingiustizia altrui.

Settant’anni sono passati da quando essi si batterono per ottenere ciò che l’odioso regime fascista aveva loro negato: un futuro. Imbracciavano le armi per lottare contro le imposizioni della dittatura, ma soprattutto contro la miseria in cui le loro famiglie versavano, per l’ottenimento di quei diritti che non potevano neppure sognare, a cui venivano costretti a rinunciare per volere di una classe dirigente corrotta e del tutto incurante delle condizioni di vita della popolazione. Come essi ci donarono ciò che non avevano potuto conoscere, allo stesso modo è nostro compito difendere i sogni e le speranze che nutrivano e che si sono poi concretizzate nelle libertà e nei diritti sanciti dalla nostra Costituzione.

Ora il testimone passa a noi, poiché non c’è diritto che non comporti il dovere di custodirlo non solo affinché esso non si estingua, ma soprattutto perché possa adattarsi anche alle più diverse circostanze, riscoprendosi di volta in volta attuale e necessario. Uno dei più importanti diritti è quello alla diversità, che tutela le specificità di ciascuno che qualsiasi regime totalitario punta a reprimere. Diversità. Sia essa etnica, culturale, ideologica, è temuta in quanto mina le fondamenta del modello di società che ogni dittatura ritiene ideale: ovvero un’informe massa omologata costituita da grigi automi che hanno perso la loro individualità e la loro capacità di formulare un pensiero critico nei confronti della realtà che li circonda.

Lottare è ancora necessario dal momento che il seme del fascismo è ancora presente; vi sono tanti fascismi latenti che stentiamo a riconoscere. Scegliere di destinare finanziamenti all’istruzione privata piuttosto che alla scuola pubblica ne è un esempio, in quanto politica in contrasto con il principio, sancito dagli articoli 3 e 34 della Costituzione Italiana, di rimuovere eventuali ostacoli di natura economica e sociale in funzione dell’opportunità di accedere ai più alti livelli d’istruzione. Ecco, questo è il nostro tempo e questa una delle nostre battaglie; loro, i  partigiani, combatterono senza considerare la possibilità che le loro conquiste non sarebbe state poi adeguatamente difese: e questo è il grave pericolo che oggi stiamo vivendo. Per ciò, per onorare il loro coraggio e la loro determinazione, le profonde ferite e il dolore impresso nei loro animi e in quelli delle loro famiglie, ho scelto di provare ad immaginarceli grazie alle parole di un grande poeta della nostra terra, Pier Paolo Pasolini, che con grande semplicità e tenerezza racconta così alcune esperienze della Resistenza:

 << Così giunsi ai giorni della Resistenza

senza saperne nulla se non lo stile:

fu stile tutta luce, memorabile coscienza

di sole. Non poté mai sfiorire,

neanche per un istante, neanche quando

l’Europa tremò nella più morta vigilia.

Fuggimmo con le masserizie su un carro

da Casarsa a un villaggio perduto

tra rogge e viti: ed era pura luce.

Mio fratello partì, in un mattino muto

di marzo, su un treno, clandestino,

la pistola in un libro: ed era pura luce.

Visse a lungo sui monti, che albeggiavano

quasi paradisiaci nel tetro azzurrino

del piano friulano: ed era pura luce.

Nella soffitta del casolare mia madre

guardava sempre perdutamente quei monti,

già conscia del destino: ed era pura luce.

Coi pochi contadini intorno

vivevo una gloriosa vita di perseguitato

dagli atroci editti: ed era pura luce.

Venne il giorno della morte

e della libertà, il mondo martoriato

si riconobbe nuovo nella luce…

 

Quella luce era speranza di giustizia:

non sapevo quale: la Giustizia.

La luce è sempre uguale ad altra luce.

Poi variò: da luce diventò incerta alba,

un’alba che cresceva, si allargava

sopra i campi friulani, sulle rogge..

Illuminava i braccianti che lottavano.

Così l’alba nascente fu una luce

fuori dall’eternità dello stile…

Nella storia la giustizia fu coscienza

d’una umana divisione di ricchezza,

e la speranza ebbe nuova luce.  >>

*  *  *

Margherita Mattioni

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