Imenia

Il 13 novembre a Imenia, frazione di San Martino di Quisca, sul Collio, avvenne una riunione importante: i comandanti garibaldini Mario Lizzero “Andrea” e Giovanni Padoan “Vanni” incontrarono i comandanti sloveni della zona per affrontare quel nodo rappresentato dalla dichiarata annessione del “Litorale sloveno”.

I partigiani slavi volevano imporre il diritto del loro popolo all’annessione di Gorizia, Trieste, Tarcento, Cividale, Monfalcone. Gli italiani riuscirono a far accettare il principio che il problema del confine andava discusso a guerra finita e ottennero anche la promessa di una collaborazione militare sul piano della parità.

Il 29, però, l’annessione del Litorale fu convalidata anche dal supremo organo della resistenza jugoslava, l’AVNOJ.

A questo punto, l’unica possibilità che i partigiani italiani avevano di contrastare le pretese di un esercito di liberazione che con la sua forza e organizzazione aveva suscitato il rispetto degli angloamericani e che trovava legittimità alle sue richieste nei misfatti compiuti dal fascismo durante l’occupazione della Provincia di Lubiana, era di acquisire potere contrattuale attraverso la lotta senza quartiere contro gli occupanti e i loro alleati.

Ma le cose erano ulteriormente complicate da altri elementi: i sentimenti, le visioni del mondo; in una parola, l’ideologia. Per molti comunisti della Venezia Giulia, che avevano lottato contro il fascismo, avevano conosciuto la galera, il confino, la vita difficile dei perseguitati, la futura Jugoslavia democratica appariva più desiderabile di un’Italia che sembrava avviarsi verso la restaurazione. Nella parte liberata del Paese, gli alleati disarmavano i partigiani, collocavano nei posti di responsabilità i vecchi notabili, non raramente legati alla mafia: ciò dava forza ulteriore a quelle convinzioni.

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