Il disarmo a Udine

 Il 9 settembre il comandante territoriale, generale Giulio Perugi, diramò un ordine che grosso modo corrispondeva all’ultima direttiva del Comando supremo, l’ordine 24202 delle 0.20 di quella mattina, che raccomandava di reagire contro ogni violenza, ma in nessun caso di prendere iniziative contro i tedeschi. E tutti consegnati in caserma.

Il giorno dopo un ufficiale tedesco, tale colonnello Krancke, chiese di incontrarsi con il comandante del Corpo d’armata, generale Licurgo Zannini. Si misero d’accordo: il generale con le sue truppe avrebbe dovuto garantire l’ordine pubblico, mentre i tedeschi erano liberi di andare dove volevano, a continuare la loro guerra in Italia. Cominciavano intanto le prime diserzioni, di truppa e ufficiali.

Il 12 il generale Perugi ordinò ai vari depositi militari di ospitare i tedeschi qualora si fossero presentati. In questa maniera, l’ospitalità si tradusse in breve in occupazione.

Alle 9 di mattina del 13, molti ufficiali superiori italiani furono chiamati a rapporto dal Comando tedesco, non a Udine, ma a Campoformido, per “ragioni logistiche”. A Campoformido, però, fu comunicato agli ufficiali che era necessario andare a Vicenza. Quindi a Verona, poi a Trento, poi a Bolzano: per chi non era disposto a collaborare col nemico, la strada per l’internamento era aperta. Il disarmo era compiuto.

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