I Gruppi di Difesa della Donna

Nacquero a Milano nel novembre ’43 per iniziativa di Lina Fibbi (Partito comunista), Pina Palumbo (Partito socialista), Ada Gobetti (Partito d’azione).

Nei mesi successivi sorsero centinaia di sezioni, prevalentemente nell’Italia del nord, dove, nell’aprile ’45, circa 24.000 donne erano operanti.

Le donne dei Gruppi procuravano vettovaglie, materiale e denaro alla guerriglia, pubblicavano giornali, distribuivano stampa clandestina, prendevano parte dirigente nei tumulti e manifestazioni sociali e politiche. Nel ’45, non soltanto promuovevano il coinvolgimento attivo delle masse femminili, ma anche la lotta per conquistare pari diritti legali, economici e politici e la soluzione a livello nazionale dei problemi delle donne. L’appartenenza a un partito non era requisito essenziale, anzi il fine era una organizzazione unitaria. Di fatto però su loro influì specialmente il Pci e il Psiup.

Nell’ottobre ’44, il Clnai annunciò ufficialmente che l’organizzazione dei GDD competeva al CLN. La risoluzione fu approvata dalla sinistra (Pci, Psi, Pd’a) ma fu osteggiata da Pli e Dc che ne denunciarono il carattere eminentemente politico, affermando che avrebbero accettato solo un’organizzazione con scopi assistenziali.

In Friuli i gruppi pubblicavano anche un giornale, “La donna friulana”. Nel numero del marzo ’45 si legge: “…se noi donne avessimo fatto politica quando il fascismo, espressione delle cricche reazionarie, stava tramando ed attuando oppressioni ed aggressioni, non ci avrebbero affatto ingannate nel modo che ci hanno ingannato”.

Nella zona libera della Carnia, erano presenti nella Giunta di governo, ma solo con voto consultivo, tranne per gli argomenti che interessassero loro direttamente.

Sempre nella ZL, i Gruppi furono fondamentali per l’organizzazione dei rifornimenti, in accordo con l’Intendenza Montes.

Le donne si recavano con mezzi di fortuna a Meduno (ai confini della ZL), da dove con speciale lasciapassare venivano dirette nottetempo ai centri di raccolta del grano in pianura. Lì l’Intendenza partigiana cedeva loro il quantitativo di grano ad ognuna di esse assegnato, al prezzo di lire 4,50 al kg., e provvedeva al loro vitto e alloggio. Il ritorno fino a Meduno veniva fatto di notte su dei carri a traino animale per vie secondarie. A Meduno al posto di blocco si controllavano i quantitativi prelevati, poi il grano veniva fatto proseguire su un camion al paese di destinazione. Una rappresentanza di donne seguiva la merce, mentre le altre seguivano a piedi o con mezzi di fortuna… In 15 giorni furono trasportati 5.000 quintali di grano” (testimonianza di Nino Del Bianco “Celestino”).

 

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