I cosacchi

Con il nome di cosacchi erano indicati popolarmente i collaborazionisti russi provenienti dal Don, dal Kuban, dal Terek, da Orenburg e i caucasici di fede islamica che nell’estate ’44 giunsero in Friuli, chiamati dal comandante delle SS e della polizia nel Litorale adriatico  Odilo Globocnik contro i partigiani. I tedeschi aspettavano l’arrivo di truppe ben ordinate e pronte alla guerra; si ritrovarono carovane di profughi con donne, vecchi, bambini. La conseguente disorganizzazione provocò una serie di violenze in tutto il Friuli, e una catena di stupri accuratamente nascosti sia dagli oppressori che dalle vittime.

Erano in 22.000, destinati col tempo ad aumentare fino a 40.000 persone con oltre 6.000 cavalli, una tragedia umana ed economica (oltre alle rapine, la mancanza di foraggio da loro requisito distrusse praticamente il patrimonio zootecnico) che si aggiungeva ai drammi quotidiani della guerra.

Il primo impatto nelle nostre terre è così descritto nel diario parrocchiale di Buia:

Abbiamo anche noi la V 2. I russi hanno cominciato ad affluire verso le nove in lunga colonna di carriaggi trainati da due o tre cavalli. Sui carri, tipici carri primitivi, stretti, sconnessi e sgangherati su cui stanno le più disparate cose: utensili e pignatte damigiane e fusti, casse e sacchi, fieno e patate, pannocchie da scartocciare…, tralci di uva, pagliericci e coperte e indumenti d’ogni sorte, tutto ammonticchiato alla meglio; e gente, uomini di tutte le età, con barbe incolte, parecchie donne, alcune famiglie con i piccoli, in male arnese, merci che lasciavano un tanfo nauseabondo al loro passaggio. Molti dei carri sono coperti con pelli di bovini, di recente macellazione, con tappeti e corsie, con teli da tenda, con copriletto etc. Gli uomini indossano le divise più disparate, in maggioranza hanno il copricapo dei cosacchi, berretto nero di pelo, con la parte superiore rossa, blu, verde…

Non entrarono nei locali scolastici, dove sono destinati, perché dentro vi sono alloggiati ancora dei tedeschi: passino quindi la notte fuori, all’aperto, sui loro carri. La notte scese brumosa con scrosci di pioggia. Sul piazzale si accesero centinaia di fuocherelli attorno a cui quei poveri cenciosi si cocevano i cibi e si scaldavano…”.

Per supplire a tanta disorganizzazione, tedeschi e fascisti costrinsero gli abitanti di Trasaghis e frazioni ad abbandonare le case consegnando quei paesi ai cosacchi. Circa 7.000 friulani cercarono ospitalità nei paesi limitrofi, in attesa che la Carnia, il “Kosakenland in nord Italien” a loro destinato, fosse liberata dai partigiani.

I patrioti rimasti sui monti in quel terribile inverno tra il ’44 e il ’45 furono braccati da quei cavalieri presenti ovunque; molti furono catturati e uccisi.

Alla fine dell’aprile 1945 l’atamano Krassnov, loro capo spirituale, si incontrò a Campoformido con l’ex generale dell’armata rossa Vlasov, divenuto collaborazionista e capo della cosiddetta Armata Russa di Liberazione: fu decisa la ritirata in Austria dove avrebbero tentato l’ultima resistenza. Ritiratisi dal Friuli lasciando alle spalle una scia di sangue, si accamparono lungo il fiume Drava. Lì si consegnarono alle truppe inglesi, le quali però, secondo accordi internazionali precedentemente presi, li consegnarono ai russi. I maggiori responsabili furono processati e fucilati, il rimanente deportato. Anche le popolazioni alle quali essi appartenevano furono deportate in Siberia e nell’Asia centrale e le loro entità autonome vennero dissolte, come denunciò il rapporto segreto di Kruscev al XX Congresso del PCUS.

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