Discorso di Fernanda Marchiol alla cerimonia di Borgo Villata 24 aprile 2016

Borgo Villalta 24-04-2016

Fernanda Marchiol, ARCI Cas*Aupa

Ogni anno ci fermiamo a cantare di fronte alla casa della partigiana Gianna. Gianna è il nome di battaglia di Fidelma Garosi, che fu partigiana in Friuli dall’ottobre del 1943 al maggio del 1945. Dopo la Liberazione, per tutta la vita rimase attiva in politica: nel partito comunista, nel sindacato, nell’ANPI. Come lei, molte altre donne, dignitose e forti, sono state staffette e partigiane. Raccoglievano informazioni, portavano cibo e messaggi,restavano nascoste con carta e penna per segnare gli indirizzi che i combattenti urlavano dalle feritoie dei carri bestiame che li portavano via,tutti ammassati, o nelle stazioni ad aspettare i treni passare, così da riuscire ad avvisare le famiglie.Cucivano gli abiti rotti, curavano le ferite di guerra. Nelle loro borse, sotto frutta, verdura o i lavori di cucito, nascondevano le armi, i messaggi, il denaro. Preparavano rifugi e nascondigli.Molte combattevano una resistenza non violenta, altre prendevano parte alle missioni, combattendo una resistenza armata. I valori della lotta di Liberazione che oggi festeggiamo tutti insieme, che questi uomini e queste donne della Resistenza hanno difeso con il sangue, sono quelli su cui si fonda la Costituzione, la democrazia e la Repubblica dello Stato italiano.

Due settimane fa ho sentito più volte negare il valore del voto. Ho sentito dire che il voto non è un diritto/dovere dei cittadini, ma è solo un diritto che è lecito non esercitare. L’ho sentito dire da giovani e da meno giovani. Oggi noi siamo qui a ricordare che quel diritto di voto è costato il sangue di migliaia di persone e il dolore di altrettante altre.

Il nostro presente libero e democratico è l’eredità della lotta di Liberazione. E se io che sono una donna ho il diritto di votare e di partecipare alla politica dello Stato, lo devo alle migliaia di staffette partigiane che settant’anni fa si sono giocate tutto e alle migliaia che sono morte in combattimento per consentirmelo. Lo devo alla resistenza incondizionata delle partigiane “messaggere” che portavano i messaggi da una parte all’altra dei fronti di combattimento o che organizzavano il “Soccorso Rosso” per assistere le famiglie dei militari. Lo devo alle migliaia di giovani partigiani che ci hanno liberato dall’oppressione nazifascista.

Questi giovani erano poco più che ventenni. Vollero riscrivere la storia e decisero di rischiare tutto, a vent’anni, compresa la loro stessa vita. Allora, ci fu una vera e propria “corsa alla politica”, mentre oggi sta accadendo il contrario: una “fuga dalla politica” e dalla partecipazione. Mi piace credere che quando diciamo che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, la parola “lavoro” sia intesa anche in questo senso, come impegno per la democrazia, come nostra responsabilità. Perché sappiamo bene che alla democrazia non basta che siano state scritte le regole che la determinano. Non basta l’assenza di costrizione per essere liberi e non ricattabili, se poi non tutti hanno le stesse possibilità in partenza. La democrazia ha bisogno della partecipazione come l’acqua e come l’aria, altrimenti le istituzioni e le pratiche politiche si svuotano di significato e la legge rimane lettera muta.

Qualche anno fa, con molta fiducia e forse un po’ d’ingenuità, avrei detto che oggi assistiamo all’incapacità della politica di agire sull’economia. Invece adesso credo che non si tratti d’incapacità, ma che sia una questione di volontà. Il mondo che viviamo continua a perpetuare discriminazione, disuguaglianza e ingiustizia sociale, mancanza di reali pari opportunità. Giorno dopo giorno, da anni, vediamo diritti fondamentali rimessi in discussione, con una leggerezza che trovo pericolosissima, come il diritto a una vita dignitosa e alla salute sul lavoro. Credo che oggi siamo chiamati ad assumerci altre responsabilità, a combattere altre battaglie per il presente e per il futuro delle generazioni che verranno. Vorrei vedere una presa di responsabilità nei confronti dell’ambiente, dove le nostre attività causano danni irreversibili che costringono ogni anno migliaia di persone ad abbandonare la propria casa e la propria vita. Vorrei vedere azioni concrete contro il ricatto della precarietà che ci sta mettendo in fuga dall’Italia liberata, per i diritti civili, per la parità di genere, per l’accoglienza dei richiedenti asilo, per salvare dal mercato la salute e la conoscenza, per l’equità sociale che è lontana dall’essere realizzata.

Oggi io qui sono in rappresentanza dell’ARCI. Spenderò due parole per ricordare che l’ARCI è erede di una tradizione mutualistica e di una storia associativa che ha le sue origini nell’Italia liberata, quando i cittadini possono di nuovo associarsi e auto-organizzarsi dopo gli anni del fascismo. Vengono così recuperate le esperienze dei lavoratori di fine ‘800.Matura l’idea di un’associazione nazionale che riunisca tutti questi circoli, case del popolo, società di mutuo soccorso che si riconoscono negli ideali antifascisti e democratici. Così arriva il 1956 e a Firenze nasce l’ARCI, l’Associazione Ricreativa Culturale Italiana.

Oggi, a 60 anni dalla sua nascita, lo scenario è completamente mutato.Mal’ARCI continua a mostrare fiducia nella capacità che abbiamo di contribuire a un altro futuro.Per questo crea aggregazione sociale e dibattito, facendosi portavoce di un’esplicita visione del mondo: quella dell’antifascismo, della lotta alle mafie, dell’ambientalismo, della finanza etica, dell’equità. Questo impegno nel creare consapevolezza e nell’inserirsi nel tessuto sociale, nel riconoscere il diritto a una vita dignitosa e all’associazionismo,sono i motivi che mi rendono partecipe dell’ARCI. Perché la Resistenza non la possiamo solamente celebrare: è una pratica di vita, da tenere attiva oggi, domani, sempre. Senza retorica.

Forse occorre ripeterlo sempre che ogni diritto, anche quando è scritto in una legge, non è mai definitivo.Mi ritengo fortunata ogni volta che penso che sono nata in una città che ha sempre dato rilevanza ai valori dell’antifascismo e perché questi valori mi sono stati trasmessi dalla famiglia. Ma come io e molte altre persone li abbiamo ricevuti in eredità, bisogna continuare a raccontare la straordinaria emancipazione etica e civile della Liberazione perché rimanga nelle nostre radici.

Per questo dobbiamo valorizzare e ringraziare l’ANPI, per il prezioso lavoro di ricostruzione storica che svolge.Oggi più che mai sono felice di essere qui a celebrare i valori della Resistenza perché abbiamo bisogno di scoprire la verità, abbiamo bisogno di non dimenticare. Abbiamo bisogno di scontrarci, dolorosamente, contro l’atrocità di certi crimini che hanno annientato la dignità dell’essere umano, ma che sono successi realmente; ne abbiamo bisogno per salvare la civiltà, per salvare la democrazia, per impedire che accadano ancora.

Il viaggio delle memorie, si sa, non è prevedibile né regolare, ma la complessità del presente si alimenta del passato. Dalle pagine di un passato così importante abbiamo molto da imparare. L’insegnamento più prezioso, forse, per i giovani, è la consapevolezza di poter agire sul presente e di poterlo davvero cambiare.

Nel conflitto tra memoria e oblio – la doppia faccia della Storia – le memorie che via via si affermano danno forma al passato e tramandano quel racconto pubblico che costruisce l’identità collettiva, la nostra stessa cultura. La nostra memoria, allora, è la più forte condanna dei crimini del nazifascismo. È necessario resistere all’oblio. La partigiana Gianna ogni anno organizzava questo corteo alla vigilia dell’anniversario della Liberazione, per ricordare i caduti partigiani del quartiere: si è battuta per tutta la vita contro l’oblio.

Gianna fu anche una delle animatrici del Comitato udinese per la difesa della Costituzione.E io credo che queste testimonianze ci insegnino che la Resistenza non si conclude mai, se vogliamo che il nostro Paese non dimentichi le sue radici antifasciste e i valori democratici che hanno posto le basi della Costituzione.

Per concludere e per non dimenticare, leggerò i nomi dei 22 partigiani caduti e ricordati dalla lapide qui in via Leicht.

Bigotti Nello

Bortolotti Italo

Castiglione Silvano

Cesca Mario

Coss Vittorio

Fabbro Ferdinando

Ferreri Bertillo

Ferreri Giuseppe

Gobitta Luciano

Lodolo Giovanni

Mega Rinaldo

Mitri Pietro

Pasinato Edgardo

Periz Giobatta

Quoco Alessandro

Tomada Galliano

Tonizzo Giuseppe

Torossi Tiziano

Vida Galliano

Zamparo Aldo

Zanuttini Mario

Zilli Angelo

Viva la Resistenza!

Viva la Costituzione!

Viva l’ANPI!

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