Discorso di Edgar Banja alla cerimonia di Borgo Villata 24 aprile 2018

Come ogni anno ci ritroviamo in questa via e sotto questa casa dove nacque e visse un compagno che con il suo impegno quotidiano ha dimostrato a tutti noi cosa significhi essere antifascista. Parliamo di Giovan Battista Periz, nome di battaglia “Orio”.

Ringrazio, prima di tutto, Federica e Romali che, tra le altre cose, mi hanno messo a disposizione un’intervista fatta alla consorte e vedova di “Orio” Carmen, negli Anni Settanta.

Intervista commovente, che racconta prima di tutto l’uomo Giovan Battista Periz, attraverso le testimonianze dirette di chi ebbe la fortuna di conoscerlo e i ricordi della donna che scelse di stare al suo fianco nonostante tutte le difficoltà che quella scelta comportava. Aspetto altrettanto commovente è stato leggere, a piè di pagina, il nome del compagno che fece quella intervista: Luigi Raimondi Cominesi. Il nostro instancabile compagno e presidente onorario dell’Anpi Provinciale, scomparso meno di un anno fa. Il “combattente e intellettuale” Luigi Raimondi, come lo definì qualcuno. Ecco lasciatemi dire che lo ricordiamo sempre con profondo rispetto e commozione.

Ricorda Carmen in questa intervista su suo marito: “Dava tutto agli altri, sempre per gli altri. “Devi dare agli altri che non hanno” ripeteva”.

Orio, nato a Udine nel 1898, di professione operaio metalmeccanico, nel 1925 entra tra le fila del partito comunista d’Italia da poco costituito e diventa subito un protagonista della propaganda antifascista.

Lo troviamo fra i redattori della stampa clandestina: “Spartaco”, “Il lavoratore friulano” e “Il combattente antifascista”.

Dal 1931 Giovan Battista Periz viene arrestato più volte e dopo l’8 settembre 1943 è tra i primi a prendere la strada della montagna: da quel momento assumerà il nome di battaglia, Orio.

Come organizzatore Orio si dimostrò un maestro, organizzando e dirigendo la costruzione di una fitta rete di servizi logistici.

Purtroppo, però, venne catturato il 14 gennaio 1945 e di seguito torturato in carcere in modo crudele. I torturatori nazifascisti gli spezzarono un braccio e un ginocchio, poi gli martoriarono la schiena. Nonostante tutto, anche se sembra incredibile, Orio non tradirà e per questo sarà destinato alla deportazione.

Il 2 febbraio 1945 parte da Udine un trasporto per Mauthausen con 149 persone, tra cui Orio. A Pontebba però è bloccato da un attentato dei partigiani e deve sostare. Alcuni deportati riescono a fuggire. Orio purtroppo, non riesce a liberarsi: troppo debilitanti le ferite che ha subìto. Il convoglio riparte il 4 e giunge a destinazione il 7 febbraio. Per i 91 friulani che entrano nel campo di concentramento inizia l’ennesimo calvario; in 29 non torneranno.

Dice sempre Carmen: “A Mauthausen (Orio) era con altri friulani, con i Basandella anche. Quando hanno impiccato uno dei due davanti a tutti i prigionieri, l’altro voleva buttarsi disperato contro i tedeschi. Orio gli stava vicino e gli diceva: “Tieniti fermo” e gli dava coraggio”.

Poi l’intervista prosegue: “Non mangiava quasi più; dava il suo pane al giovane Castiglione e gli diceva: “Mangia il pane tu che sei giovane; dobbiamo avere pazienza; io sono per le ultime…ma ieri come oggi, oggi come domani, dobbiamo avere pazienza”. Vedete, anche se prossimo alla morte non smise mai di infondere fiducia ai suoi compagni”.

Orio si spense il 3 marzo 1945 nel campo di prigionia. Circa due mesi dopo la sua Udine si sarebbe liberata dall’occupazione nazifascista.

Ora permettetemi di fare un gioco di fantasia. Ho immaginato un dialogo con Orio nel quale lo mettevo al corrente di cosa accadde dopo la tanto desiderata Liberazione. Ricordo quando i nostri nonni o genitori ci raccontavano la resistenza partigiana. Ecco ho immaginato di raccontare io qualcosa a loro, a coloro che hanno combattuto e sono morti per la nostra Libertà.

L’occupazione nazifascista finisce poco dopo la tua morte caro “Orio”. Che crudele ingiustizia che tu non abbia potuto vedere le manifestazioni di gioia in quei giorni di grande euforia! Comunque, devi sapere che le donne e gli uomini come te vennero elevati al grado di eroi dell’Italia liberata. Furono giorni di grandi aspettative.

Nel 1948 entra in vigore la Costituzione repubblicana. Costituzione scritta da chi aveva combattuto il nazifascismo con lo scopo di evitare che tale immane tragedia si potesse ripetere ancora. Tutto doveva cambiare. Ma poi accadde che per molti anni la Costituzione rimase scritta solo sulla carta. Si dovette aspettare ancora 20 anni prima di vedere principi come libertà, diritti e giustizia sociale diventare patrimonio di tutti.

Si dovette aspettare, quindi, il famoso 68’ con le sue parole d’ordine rivoluzionarie. Come voi che durante il regime scrivevate sui muri “Morte al fascismo!”, gli studenti e i lavoratori del 68’ gridavano nelle manifestazioni e scrivevano sui muri: “Anche l’operaio vuole il figlio dottore”.

Oggi, nel 2018, sembra un diritto scontato, ma allora non era affatto così. Oppure si diceva: “Che cosa vogliamo? Vogliamo tutto!”. Nessun compromesso al ribasso. Non ottenere qualche cosa per rinunciare a qualcos’altro. Vogliamo tutto!! Parole d’ordine, caro Orio, che fecero vacillare i poteri forti di questo paese (o “padroni”, come li chiamavi tu). Padroni che hanno dovuto concedere qualche cosa per non perdere tutto.

Arrivò poi nel 1970 la legge 300, il famoso Statuto dei lavoratori, con il famoso articolo 18 e tra le altre cose, la possibilità, per la prima volta, di svolgere le assemblee sindacali all’interno dell’orario di lavoro, all’interno delle aziende. La Costituzione con i suoi valori egualitari entrava per la prima volta dentro le fabbriche.

Sembrava che ce l’avessimo fatta. Sembrava che quei valori e quei principi per i quali tu avevi combattuto fossero definitivamente conquistati. Molto si è ottenuto in quegli anni, ma la Storia insegna che non bisogna mai abbassare la guardia.

I padroni e soprattutto la loro sponda politica ben presto si riorganizzarono e ripartirono al contrattacco. Iniziarono a riprendersi tutto o quasi.

La prima battuta di arresto della classe lavoratrice si è materializzata nella sconfitta alla FIAT 1980. In seguito, è proseguita con l’attacco alla scala mobile e la graduale cancellazione dei punti di contingenza.

Vedi, caro Orio, erano il mondo e l’Europa divisa in blocchi, della guerra fredda e dal Muro di Berlino, muro che poi cadde nel 1989 e il cui frastuono si sentì in tutto il mondo, modificandone gli equilibri.

Ma vedi, caro Orio, di muri oggi in Europa ce ne sono ancora; più che un continente inclusivo che promuove la fratellanza fra i popoli, l’Europa è diventata una fortezza: appena usciamo dai suoi confini, che siano essi marittimi o terreni, c’è miseria e ci sono guerre, non guerre fredde, ma quelle vere con sangue e morti e persone che cercano di scappare da quello scempio. E l’Europa invece di accogliere senza “se” e senza “ma” questo esercito di disperati, fa i distinguo fra chi può essere accolto perché “perseguitato” e chi invece muore “solo” di fame. E quest’ultimo non verrà accolto: “E per piacere ritorna a morire di fame da dove sei venuto!”. Si costruiscono muri e fili spinati. Come? Per esempio, facendo accordi e finanziando con moneta sonante scellerati governi e governanti dalla dubbia moralità (vedi Erdogan in Turchia) affinché blocchino i flussi migratori e impediscano di raggiungere la fortezza Europa. Anche il nostro Ministro degli interni Minniti ha dato il suo pessimo contributo (vedi accordo con il governo Libico per fermare i migranti). Sul trattamento che poi ricevono i migranti in questi presunti campi profughi, stendiamo un velo pietoso: abbiamo visto tutti le immagini crudeli di cosa accada in quei campi. In Libia e altrove.

Vedi, caro Orio, a me pare che abbiamo perso completamente la bussola: invece di mettere in pratica i valori costituzionali si portano avanti politiche che hanno come fine ultimo il consenso elettorale. Invece di attenuare la frammentazione sociale si contribuisce a creare divisioni e diseguaglianze.

La profonda crisi economica di questi anni non ha fatto altro che evidenziare ancora di più queste divisioni: realtà produttive che chiudono, disoccupazione e cassa integrazione. La politica ha risposto legittimando più precarietà. Può davvero essere questa la risposta alle crisi economiche? Quando poi iniziano timidi segnali di ripresa il lavoro che si crea è pagato male, con richiesta di ritmi forsennati e livelli di sfruttamento sempre più alti. La guerra fra poveri per accaparrarsi il poco lavoro che c’è fa emergere a volte le peggiori qualità delle persone. “Socialismo o barbarie “, diceva Rosa Luxenburg.

E la sicurezza nei luoghi di lavoro? Quella può attende. Intanto dobbiamo convivere con la piaga delle morti sul lavoro. Una ferita aperta e sanguinante che sembra non guarire mai. Non passa giorno senza che giunga notizia di lavoratori che muoiono nei luoghi di lavoro. Ma sono notizie scritte in piccolo in ultima pagina. L’attenzione mediatica e istituzionale è rivolta altrove. Ebbene sappiate che in Italia, siamo nell’ordine di tre lavoratori morti al giorno dall’inizio dell’anno. Questa è la media brutale. Eppure non si ha la percezione di questa immane tragedia perché se ne parla troppo poco e se ne parla male. Ogni maledetto giorno dal primo gennaio 2018 tre lavoratori sono andati a lavorare a non sono più tornati a casa dalle proprie famiglie.

Un bilancio di guerra. Peggio di un bilancio di guerra. Considerando, come è giusto che sia, i militari, i poliziotti e i carabinieri dei lavoratori come noi, io a volte mi chiedo cosa accadrebbe in questo paese e quale sarebbe il livello di attenzione mediatica e istituzionale se ogni giorno dall’inizio dell’anno dai vari contingenti militari che sono stanziati nelle aree calde del mondo arrivasse a Ciampino un volo di Stato con le bare di tre militari, morti compiendo il loro dovere? Oppure ancora, che tipo attenzione mediatica e istituzionale ci sarebbe se ogni giorno dall’inizio dell’anno in questo paese a morire fossero stati tre poliziotti o tre carabinieri compiendo il proprio dovere? Compiendo il proprio dovere: come facciamo tutti noi lavoratori.

Io credo, e non penso di sbagliarmi di molto, che ci sarebbero dirette televisive interminabili, pagine intere sui quotidiani e Consigli dei Ministri permanenti per cercare di risolvere quella questione. Giustamente ci sarebbe un livello di attenzione altissimo! Ora sappiamo che per fortuna questa tragedia non c’è, ma c’è un’altra tragedia che ci chiama in causa tutti. Allora mi chiedo: ma quando a morire sono gli operai nelle fabbriche perché non c’è il medesimo livello di attenzione mediatica e istituzionale? Forse le vite dei lavoratori morti nelle fabbriche valgono di meno?

Sembra che i morti sul lavoro siano una tragica, inevitabilefatalità. Sembra che in questi casi ci si debba accontentare dei minuti di silenzio e dei “mi dispiace”, ben consapevoli che una volta trascorso quel minuto di silenzio, nulla cambi, e che nei luoghi di lavoro si riprenderà a morire come oggi, come ieri.

Vedi, caro Orio, una risposta me la sono data. Forse il motivo di questo basso livello di attenzione è da ricercarsi nel fatto che nonostante i tentativi del passato, la Costituzione con il suo bagaglio di giustizia sociale non è mai entrata veramente dentro i luoghi di lavoro. Sulla carta sì, lavoratori e lavoratrici hanno tutti i diritti costituzionali anche dentro i luoghi di lavoro, ma la realtà è un po’ più complessa.

Davanti a tutti il capo a gran voce dice che i diritti delle lavoratrici e lavoratori si rispettano, ma poi ti si avvicina e a bassa voce ti dice: “Sì, certo, però tu ricordati che fra una settimana ti scade il contratto, caro lavoratore precario e devi fare quello che dico io se vuoi vederlo rinnovato.  Vedi di non alzare troppo la cresta. Anzi, visto che domani c’è l’assemblea sindacale in fabbrica, vedi di non andarci”.

Quando sei precario,poi, la sicurezza nel posto di lavoro è all’ultimo posto. “Intanto lavora e poi vedremo!”

Sono solo alcuni esempi dei tanti che sento quotidianamente. Ne ho altri di esempi molto più subdoli. E non credo di essere l’unico a sentire queste cose.

È giustizia, è libertà questa? Non credo. Questo è un linguaggio mafioso. Quindi, credo che tutto sommato a qualcuno convenga che ci sia questo basso livello di attenzione su quello che accade dentro i luoghi di lavoro. Perché se il livello di attenzione fosse più alto si inizierebbero a fare delle domande scomode. Alla politica prima di tutto. Gli si chiederebbe il perché di così tanta precarietà nei luoghi di lavoro. Che poi si traduce in precarietà della vita. Ma chi ha creato questa situazione? È arrivato per caso qualche marziano da qualche lontano pianeta a imporci la precarietà del lavoro e della vita? Non credo!

La politica si vedrebbe costretta a fornire risposte. E magari si scoprirebbero le responsabilità di molti dei tanti governi che si sono succeduti in questi ultimi venti-trent’anni, che hanno contribuito a sbiadire e annacquare i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. Venendo meno a quel primo articolo della nostra costituzione a noi tanto caro. L’Italia repubblica democratica fondata sul lavoro!

Quindi vedi, caro Orio, mi dispiace molto perché forse avresti voluto sentire cose diverse. Forse avresti voluto sentire che ce l’avevamo fatta, che le idee di giustizia sociale, abnegazione e fratellanza fra i popoli che ti hanno guidato nel tuo percorso di vita erano diventate realtà concreta, erano diventate patrimonio di tutte e tutti.

Purtroppo, come puoi vedere, non è così. La strada è ancora lunga e piena di insidie. A distanza di oltre 70 anni dalla tua morte, i motivi oggi per resistere ed essere partigiani sono tantissimi!

Ma sappi, caro Orio, che il tuo impegno e il tuo estremo sacrificio non sono stati inutili. Le idee e valori che ti hanno contraddistinto continuano a vivere dentro di noi che non ci stancheremo mai di trasmetterli alle nuove generazioni.

Anche se non siamo maggioranza, siamo perfettamente consapevoli di essere nel giusto come ne eri consapevole tu e seguendo il tuo esempio di quando, agonizzante a Mauthausen ripetevi ai tuoi compagni di prigionia “Ieri come oggi, oggi come domani dobbiamo avere pazienza”: ecco, caro Orio, avremo pazienza anche noi. Avremo pazienza e resisteremo!

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