Camminata in memoria di Marco Redelonghi, eroe partigiano beneciano

Pohod – Camminata 

DOMENICA 6 MAGGIO 2018 – NEDELJA, 6. MAJA 2018 

MARKO REDELONGHI 
V spomin na beneškega partizanskega junaka –  In memoria dell’Eroe Partigiano beneciano

Program – Programma
08.00 – ZAČETEK POHODA v vasi Stupca v Benečiji.
INIZIO CAMMINATA dal paese di Stupizza.
10.00 – Postanek pri spomeniku v Podbeli.
Breve sosta davanti al cippo di Podbela.
11.30 – Postanek ob Markovem grobu na pokopališču v Sedlu.
Breve sosta sulla tomba di Marco nel cimitero di Sedlo.
13.00 – Slovesnost pri spomeniku na Brdcah nad Breginjem.
Cerimonia commemorativa in località Brdca, sopra Breginj,

Sledi družabnost v Breginju – Segue un momento conviviale a Breginj.
Če bo slabo vreme, bo pohod ob 11.30 od pokopališča v Sedlu do Brdc.
In caso di brutto tempo, la camminata si effettuerà dal cimitero di Sedlo a Brdca.

Prijave sprejemata do 4. maja 2018
Iscrizioni entro il 4 maggio 2018:

Vojko Hobič, telefon 00386 040 234051 – vojko.hobic@siol.net
Dante Cencig, telefon 0039 335 7764573 – cencig.dante@virgilio.it

NECESSARIO EQUIPAGGIAMENTO ESCURSIONISTICO E DOCUMENTI

CHI ERA MARCO REDELONGHI

Redelonghi Marco, Comandante Partigiano e Eroe Nazionale (massima decorazione jugoslava). (nato 24.4.1912 a Zapotok – Pulfero; morto a Brdca nei pressi di Berginj 5.5.1944).

Il papà Bernardo, maniscalco e contadino, dopo la prematura morte della moglie, Aloisia Zorza di Mersino, avvenuta in data 1 aprile 1926 all’ospedale di Cividale del Friuli, da solo doveva mantenere una numerosa famiglia di sei persone. Marco, dopo il decesso della madre, ha svolto lavori saltuari in varie località del Friuli. Nel 1937, si trasferì a Berginj dove sposò Maria Kramar da Podbela e dalla quale ebbe due figli. Successivamente la famiglia si trasferì in Germania dove lavorarono presso delle aziende agricole. Al rientro in Italia la Polizia scoprì che Redelonghi intratteneva rapporti con dei prigionieri di guerra e lo fece arrestare e deportare nel campo di Pisticci. Il 5 agosto 1943, dopo la caduta del fascismo, rientrò a Bergogna dove manteneva i contatti con i partigiani.

Successivamente alla capitolazione dell’Italia divenne uno degli organizzatori della Repubblica di Kobarid e nel corso delle battaglie divenne comandante della Brigata Soča.

Ha combattuto a ponte San Quirino, a San Pietro al Natisone e poi sul Monte Stol. In seguito diventò comandante del 4° Battaglione dellaBazoviške Brigade. Il 6 novembre 1943 nel corso di un combattimento eliminò una mitragliatrice nemica. In seguito a questa azione fu nominato Comandante del 2° Battaglione del Briško-Beneški Odred.

Nel gennaio del 1944 con i suoi Partigiani distrugge il montacarichi che da Stupica (Stupizza) porta alla cima del Črn Vrh (Montefosca). L’azione di maggior successo fu l’attacco effettuato in data 13.4.1944 all’aeroporto militare tedesco del Belvedere nei pressi di Povoletto (nella pedemontana friulana). Nel corso dell’azione ben nove velivoli vennero stati distrutti.

A seguito di questa azione fu proclamato dai tedeschi come il più pericoloso “bandito” della zona. Per la sua cattura venne fissata una taglia di ben 150.000 lire.

Intercettato nella zona di Robidišče in data 16.4.1944 venne gravemente ferito a una gamba e si dovette nascondere cambiando frequentemente nascondiglio per non essere individuato e catturato dai nazi-fascisti che lo cercavano senza tregua.

Il 5 maggio 1944, pare a seguito della delazione di un prete locale, Redelonghi venne individuato dai suoi inesorabili cacciatori nei pressi di Berginj in località Brdca dove venne ucciso assieme al partigiano Avgustin Vrečar. Non venne però riconosciuto come il “Bandito Redelonghi”. Sei giorni dopo la sua morte le truppe tedesche, ignare di averlo già eliminato, nell’intento di farsi rivelare dai familiari il suo nascondiglio, li seviziarono brutalmente e uccisero davanti casa l’anziano padre Bernardo.

Nel 1951 è stato dichiarato Eroe Nazionale. Sul luogo del suo sacrificio sorge una lapide commemorativa e nei pressi del paesino di Staro Selo, sulla strada principale tra Cividale e Caporetto, sorge un bel monumento che ricorda le sue gesta e lo ritrae in un busto di bronzo.

L’ATTACCO ALL’AEROPORTO „BELVEDERE“ PRESSO UDINE

Circa settanta combattenti del 2. battaglione del Briško Beneški Odred (Distaccamento del Collio e delle Valli del Natisone) in marcia.

Albeggia. Scendono lungo ripidi pendii. Una bora pungente soffia sul terreno brullo. Da sinistra si sente l’abbaiare di un cane. Forse ha udito i nostri passi silenziosi. Prima dello spuntare del giorno la colonna raggiunge la pianura. L’immensa pianura friulana… I campi sono lunghi, attraversati da strade ancora più lunghe e da filari di gelsi.

Lungo viottoli piuttosto nascosti il battaglione marcia silenzioso verso la meta. Il sole sale sull’orizzonte, i monti della Benecia stanno scomparendo all’orizzonte. La pianura è immensa. Dopo mezzogiorno segue un lungo riposo in un punto non ben definito in mezzo alla pianura, lontano da tutte le strade. Il pomeriggio si dilegua quando in lontananza si notano le sagome degli edifici di Udine. Cala la sera. Una macchia di querce. “Battaglione, alt!” Il comandante divide i suoi uomini in tre gruppi. Un gruppo è particolarmente dotato di bombe a mano e di bottiglie Molotov. Vicino a noi il grande aeroporto di Belvedere. E’ difeso da un debole presidio tedesco. I velivoli sono allineati all’aperto. Bloccare e possibilmente eliminare il presidio, poi incendiare gli aerei, questo è il piano tattico.

Progressivamente e in silenzio i tre gruppi si allontanano uno dall’altro. Ancora dei cespugli molto fitti e davanti a loro si apre la grande distesa del campo d’aviazione. A sinistra si profila una indistinta macchia scura: si tratta di un baraccone. Il primo gruppo va proprio in quella direzione. Il secondo scivola silenziosamente attraverso il campo. Il terzo invece blocca la strada e la villa nei suoi pressi.

Poi il primo gruppo striscia fino al baraccone, ormai visibile nei dettagli. Dove, perdio, si trova la sentinella? Si sentono dei passi provenienti dall’altro lato del edificio. “Ssssss… Silenzio! I passi si avvicinano. Il soldato tedesco cammina spensieratamente. Ancora cinque, quattro, tre metri… Diavolo, è a portata di mano! Il calcio del fucile sibila nell’oscurità…un suono soffocato, la caduta del corpo sul suolo e un lungo rantolo. “Questo è finito. Non si sveglierà mai più.” Il forte colpo con il calcio dell’arma gli ha fratturato la testa.

Nel baraccone tutto ancora in silenzio. Sono le undici. E in quel preciso istante: “All’attacco! Juriiiš!… Distruggi!… Fuoco! Esplodono le bombe, crepitano le mitragliatrici, abbaiano i mitra, tutto in direzione delle finestre. Urla selvagge e terrificanti, un grande fracasso, come se qualcosa andasse a pezzi. E’ il soffitto a cedere. Il baraccone trema dalle fondamenta per le esplosioni delle pesanti bombe a mano inglesi. Attraverso la finestra fischia una bottiglia Molotov e un attimo dopo si frantuma. Poi all’interno comincia a sfavillare qualcosa di color rosso, sempre più intensamente. Un forte crepitio e le prime lingue di fuoco appaiono attraverso le finestre. Sempre più alte. Dall’interno si sentono ripetutamente delle urla inumane. Il nemico non riesce ad uscire dall’edificio in fiamme.

Dalla vicina Udine invece lampeggiano indifferenti innumerevoli luci.
Intanto il secondo gruppo era arrivato fino agli aerei. Nove velivoli: caccia intercettatori e bombardieri. I mostri del cielo riposano silenziosi e acquattati nell’oscurità. “Veloci, a prendere la benzina!” Subito si materializzano alcune taniche di benzina. Un fiammifero si accende, ma in un attimo si spegne. Il secondo invece, subito dopo, provoca un’alta fiammata su uno degli aerei. Poi seguono tutti gli altri. Il metallo delle fusoliere sembra quasi si lamenti per le alte temperature che deve subire. L’incendio illumina tutto l’aeroporto.

Uno dei combattenti però non sembra soddisfatto di quanto sta accadendo. Era salito poco prima su un caccia Messerschmitt, ma si era subito accorto del serbatoio vuoto. Da ex pilota voleva approfittare dell’inattesa opportunità di trasferire un aereo verso il territorio già liberato. Ma tant’è! Importante era impedire al nemico di poterlo usare. Si sentono ancora crepitii, scricchiolii e lo stridere delle lamiere. Verso il cielo sale un denso fumo nero. Degli aerei non rimane più nulla se non le nude carcasse carbonizzate.

Ma non è tutto. Il terzo gruppo stava controllando la strada, quando udì delle grida provenienti dalla vicina villa. I combattenti si avvicinarono all’edificio. Dentro, evidentemente, era in corso una festa, voci ubriache, concitate grida femminili… L’assalto fu repentino, i vetri delle finestre andarono in frantumi, una granata esplose all’interno. Le urla delle donne aumentarono. Una raffica con il mitra. Qualcuno era salito in soffitta. “Mira alle finestre in alto!” Un’altra raffica verso il sottotetto, un urlo e poi il silenzio.

Gli aerei bruciano, il baraccone si sta spegnendo. Ancora qualche raffica rabbiosa nella villa, poi veloci ad attraversare il campo d’aviazione ancora illuminato dai bagliori. Anche il secondo gruppo si affretta e abbandona i velivoli ormai ridotti a scheletri: tra essi tre caccia Messerschmitt 109, due caccia Focke Wulf e tanti tedeschi morti.

Il cielo si sta schiarendo. La colonna di partigiani inizia a risalire i pendii del proprio regno in montagna, dietro ad essa l’immensa ampia pianura e da qualche parte nel mezzo le carcasse contorte di nove aerei.

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