Bruno Frittaion “Attilio”

La relazione del prof. Flavio Fabbroni alla conferenza del 1° febbraio 2015 in San Daniele del Friuli

Contesto

Il contesto in cui vanno collocati gli avvenimenti di cui oggi parliamo è il momento di maggior crisi affrontato dalla Resistenza nel nord dell’Italia. Era stato preceduto da quella che nella memoria dei partigiani resta la “grande estate partigiana”: un grande afflusso di giovani, anche in risposta dei bandi di arruolamento tedeschi, e la certezza che l’occupazione tedesca dell’Italia avesse i giorni contati. Questa convinzione era stata diffusa dagli alleati stessi, che emanarono direttive per l’insurrezione finale. Per questo gli organi dirigenti, CLNAI e CVL, avevano diffuso le istruzioni per la liberazione di ampie zone, dove fosse possibile, dove sperimentare la nuova classe dirigente e la democrazia: era la stagione delle “zone libere”.

Poi gli alleati cambiarono strategia: lo sbarco in Normandia aveva declassato il fronte italiano come secondario, gli angloamericani spostarono dieci divisioni in Francia e nel nord dell’Europa e fermarono l’avanzata lungo la Linea gotica (tra Massa Carrara e Rimini). Il colpo finale ad ogni speranza lo diede il Proclama Alexander (13 novembre 1944), che ringraziava i partigiani e ordinava la sospensione di ogni attività fino alla ripresa primaverile.

I comandi partigiani furono costretti a rimandare in pianura quanti lo potessero fare: gli altri (i comandanti, i partigiani di altre regioni) rimasero in rifugi segreti sostenuti e alimentai dalla popolazione, in particolare dalle donne. Rialzarono la testa i collaborazionisti e le spie, per le quali la vita di un partigiano valeva un chilo di sale. Iniziò il momento dei grandi rastrellamenti, delle esecuzioni, delle deportazioni.

16 partigiani condannati a morte

Fine gennaio 1945: a Udine e negli altri paesi interessati fu affisso un comunicato che elencava i nomi di 16 partigiani condannati a morte dal tribunale speciale tedesco. Il manifesto portava la data del 30 gennaio e affermava, falsamente, che la sentenza era stata eseguita. Erano stati condannati non per precisi motivi: la formula usata era “In considerazione dei seguenti delitti”, poi elencati: come al solito, com’era successo per i 26 impiccati a Premariacco e a San Giovanni al Natisone nel maggio ’44, si pescava a caso nel gran serbatoio di ostaggi che erano le carceri di via Spalato a Udine, e lo scopo era “terrorizzare”, isolare attraverso la paura i partigiani. E perché l’effetto fosse più ampio, le esecuzioni avvennero in tre paesi diversi: due, il 31 gennaio a Gemona, otto, l’1 febbraio a Tarcento, sei, il 4 febbraio a Tricesimo.

Tarcento, 1 febbraio 1945

Alle primissime ore del mattino, in un campo a ridosso del cimitero, furono fucilai 8 partigiani. Uno si salvò, fingendosi morto.

Tra di essi, Bruno Frittaion “Attilio”, di San Daniele del Friuli, 19 anni, che oggi vogliamo ricordare. Dopo la condanna a morte, scrisse ai suoi cari due lettere.

Ma facciamo un salto in avanti: nel dicembre del 1970, l’ANPI di Udine trasmise AL MINISTERO DELLA DIFESA, Commissione Unica Nazionale di I° grado per il Riconoscimento Qualifiche e per le Ricompense al V.M. Ai Partigiani, la proposta di decorare con  Medaglia d’Argento al Valor Militare, tre partigiani Caduti.

  1. FRITTAION BRUNO “Attilio” di San Daniele, già Commissario di Distaccamento della Brigata Garibaldina “Silvio Pellico”, caduto a Tarcento il 1° febbraio 1945.
  2. CARLON ADRIANO “Riccardo Cuor di Leone” di Este (Padova), già comandante di Distaccamento della Brigata Garibaldina “Silvio Pellico”, caduto a Tarcento il 1° febbraio 1945.
  3. SANDRI UGO “Martin Eden” di San Daniele, già comandante di Plotone della Brigata Garibaldina “Silvio Pellico”, caduto nei pressi del comune di Flaibano il 28 aprile 1945.

Tutti e tre questi partigiani appartenevano a quella che sarebbe diventata la brigata “Silvio Pellico”

Due parole su questa formazione garibaldina:

nei primi mesi del 1944,  Giovanni Felice “Polo”, già combattente nella guerra di Spagna e  infaticabile organizzatore dei partigiani di pianura, creò il distaccamento Silvio Pellico,  che operava nella zona tra Maiano e San Daniele e svolgeva sabotaggi, attacchi a reparti isolati e servizio di intendenza per le formazioni di montagna.

Nell’estate diventò battaglione e nel gennaio ’45,  la brigata Silvio Pellico, alle dipendenze  del Gruppo brigate sud e poi della Divisione Garibaldi Sud Arzino. Al momento della liberazione era comandata da “Ivan”, l’ing. Elvio Vuano.

La richiesta, che purtroppo non fu accolta, era accompagnata dalle motivazioni per le quali l’ANPI riteneva degni della decorazione i tre partigiani.

Ora Federica Vincenti vi leggerà quella riguardante Bruno Frittaion, scritta dal suo comandante:

“Figlio di un convinto antifascista, che non volle mai accettare le imposizioni del regime, crebbe alla scuola del padre, che gli inculcò fin da piccolo i sani principi della democrazia e dell’ordine nella libertà.

Giovanissimo, nel periodo immediatamente successivo all’Armistizio del settembre 1943, si mise in contatto con i pnuova 043rimi reparti partigiani di montagna, operanti nella zona delle Prealpi nei Comuni di Castelnovo e Clauzetto, ai quali si aggregò, partecipando a numerose azioni di disturbo fino alla primavera del 1944.

Avuto sentore della avvenuta costituzione del neo Battaglione Garibaldino “Silvio Pellico” operante nella zona di S. Daniele, vi si trasferì collaborando con tutto lo slancio e l’abnegazione della sua giovinezza.

Nominato Commissario di Distaccamento, unì la sua azione a quella del Comandante “Riccardo Cuor di Leone” (Adriano Carlon), col quale diede una impronta inconfondibile nell’organizzazione e nella condotta del reparto, che portò ad un elevato livello di combattività.

Durante l’estate-autunno 1944 partecipa agli attacchi a nuclei tedeschi e fascisti di Cisterna, Martignacco, Udine; alla eliminazione di spie e falsi partigiani a S. Daniele e Rive d’Arcano; al reperimento di vettovaglie per le formazioni di montagna, che venivano fatte confluire nella zona di Clauzetto attraverso i guadi del fiume Tagliamento.

In tutte queste azioni si distinse per la capacità organizzativa e per lo sprezzo del pericolo.

Verso la fine di novembre del 1944 mentre, con uno sparuto gruppo di partigiani rimasti in arme anche dopo la richiesta alleata di scioglimento delle formazioni di montagna, stava organizzando azioni di disturbo delle retrovie nemiche, per delazione di spia fu catturato a tradimento da una formazione di S.S. tedesche, presso il Casale Frittaion del Borgo Repudio di S. Daniele dove si era rifugiato assieme al Comandante di Distaccamento “Riccardo Cuor di Leone”.

Sottoposto a pressanti interrogatori al Comando Militare tedesco, e tenuto prigioniero presso gli accantonamenti dell’asilo infantile di S. Daniele, non si lasciò intimidire e fronteggiò coraggiosamente le pressioni insidiose degli interroganti.

Fu trasferito – ai primi di dicembre del 1944 – nelle carceri Provinciali di via Spalato a Udine, dove fu sottoposto a tutta una serie di lusinghe e di minacce che non sortirono alcun effetto.

Nelle sue lettere clandestine, fatte recapitare alla famiglia ed alla fidanzata, tenne sempre alta la fede nei suoi ideali di democrazia e libertà, che continuò a inculcare ai compagni di cella e di tortura.

Il 1° febbraio 1945 fu trasportato con altri 7 compagni a Tarcento, dove nei pressi del Cimitero cadde fucilato dai nazifascisti.

Fino all’ultimo istante incoraggiò i compagni a sopportare il trapasso e si immolò coscientemente per l’ideale per il quale aveva combattuto.

Udine 9 dicembre 1970

Il Comandante della Brigata Garibaldi “Silvio Pellico”

Elvio Vuano “Ivan”

In conclusione, permettetemi di rileggere alcuni passi delle ultime lettere scritte da Bruno ai suoi cari:

Ai genitori: “Muoio, ma vorrei che la mia vitanon fosse sprecata inutilmente, vorrei che la giusta lotta per la quale muoio avesse un giorno il suo evento… “. E alla fidanzata: ” Muoio senza alcun rimpianto, anzi sono orgoglioso di sacrificare la mia vita… per una giusta causa… Quella causa che oggi ho servito senza nulla chiedere”. Frasi simili le ritroviamo in tante lettere dei condannati a morte della Resistenza: sono concetti di tale alta moralità da farci sentire “piccoli”. L’esempio che ci ha offerto questo ragazzo di 19 anni avrebbe dovuto diventare un imperativo morale, non solo per gli studenti nelle scuole, ma per tutta la classe dirigente.

E invece nel dopoguerra si scatenò una vergognosa campagna giudiziaria contro i partigiani: secondo tanti giudici che avevano fatto carriera durante il fascismo, le requisizioni dell’Intendenza partigiana divennero furti e rapine; l’esecuzione di spie e fascisti in armi, sequestri di persona e omicidi. Pensate che nel solo Friuli, rovistando negli archivi, ho individuato i nomi di 329 partigiani inquisiti, incarcerati per “reati” commessi, badate bene, durante la Lotta di liberazione, non dopo.

E allora mi viene un senso di grande amarezza, pensando a ciò che avrebbe potuto essere e non è stato: amor di Patria, per esempio, rinnovamento, senso dello Stato.

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