Discorso di Tommaso Chiarandini alla cerimonia presso borgo Villalta a Udine del 24.04.2019

         Amici e amiche, compagni e compagne: perché siamo qui? Questa è la domanda che mi sono posto appena realizzato quale onore e quale onere fosse parlare qui, oggi, davanti a voi. Siamo qui, naturalmente, per celebrare e ricordare Giovan Battista Periz, “Orio”. Per parlare della sua vita, celebrare il suo impegno, ricordare la sua tragica morte a Mauthausen. Sono però sicuro che ci sia molto di più dietro la nostra presenza qui, oggi.

         Sono convinto che noi siamo qui, amici e compagni, per guardarci negli occhi. Per dirci, anche solo con la presenza fisica, che non siamo da soli. Che non siamo gli unici a credere che chiunque possa e debba essere un fratello. A credere che ogni uomo, donna o bambino debba godere degli stessi diritti. Che non siamo rimasti gli ultimi a credere, insomma, nei valori della Resistenza, e a ricordare l’esempio di chi li ha difesi anche a prezzo della propria vita.

         In un certo senso siamo qui, oggi, anche alla ricerca di esempi. Un “oggi” preoccupante, in cui un passato che doveva essere irripetibile è di nuovo alla porta; di nuovo intento a sedurre cittadini alla disperata ricerca di certezze e rassicurazioni; di nuovo pronto a fornire soluzioni semplici per problemi immensi. Di nuovo impegnato a rifiutarsi di riconoscere l’infinita complessità di un mondo e di una società che fanno sentire soli, piccoli e impotenti.

         E Orio, e tanti come lui, sono senza dubbio degli esempi. Attenzione, non esclusivamente per quanto fatto durante la lotta partigiana. Almeno ai miei occhi, figure come quella di Orio spiccano soprattutto per quanto fatto prima della guerra, prima del 25 luglio e dell’8 settembre. Egli, infatti, fu un resistente prima della Resistenza. Giovan Battista, classe 1898, reduce della Grande guerra e della prigionia, era un militante del Partito Comunista, dal 1925 costretto alla clandestinità. Come tale, dovette lavorare sempre nell’ombra, agendo al di fuori della distorta legalità fascista. Dovette affrontare giudici, e condanne, e il carcere. Visse insomma sulla propria pelle gli anni più bui della storia d’Italia. E bisogna ammettere che lo fece da sconfitto.

         Sconfitto, forse. Ma rassegnato, mai. Mai disposto ad arrendersi, ad adeguarsi, ad annullarsi tra le masse plaudenti. Orio, resistente, fu sempre minoranza. Minoranza attiva, perseguitata da un Regime – non dimentichiamolo mai – per lunghi anni forte del consenso di una nazione che non voleva o non sapeva mettere in discussione quanto pronunciato con la consueta arroganza dai più svariati balconi.

         Minoranza sconfitta, fatta di partiti decapitati, di dirigenti riparati all’estero, o condannati ad un confino che nulla aveva della vacanza. Di morti in carcere, di pestaggi, di violenza. Di solitudine, soprattutto. La solitudine dei pochi, pochissimi, militanti attivi sul territorio italiano, mai sicuri di potersi fidare del compagno, possibile spia o infiltrato della Polizia. La solitudine dei sopravvissuti, impossibilitati a guardarsi negli occhi, all’aperto, per dire al vicino di casa, al collega o al compagno: “Io dissento. Io voglio altro”.

         Eppure, questi uomini e queste donne, anche nella situazione disperata del Ventennio, riuscirono a tenere gli occhi e la mente aperta, ad aggirare l’onnipresente propaganda, ad immaginare un presente ed un futuro diversi. A vedere – o anche solo a intuire – le bugie di un Regime che si proclamava dalla parte dei lavoratori ma strangolava i suoi stessi sindacati; che invitava ad “andare verso il popolo” ma a conti fatti appoggiava e favoriva i soliti noti; che alla miseria strutturale di un paese povero, paternalista e classista opponeva una beneficenza che forse attenuava i sintomi, ma ignorava le cause della malattia.

         Queste bugie si rivelarono con tutta la loro clamorosa evidenza durante la guerra. L’Italia imperiale, l’Italia marziale, l’Italia razzista, insomma l’Italia voluta e plasmata dai fascisti provò, per la prima volta, il sapore della sconfitta. Fallirono le campagne di aggressione in Francia, in Nordafrica, in Grecia, in Russia. Fallì la mobilitazione industriale di quel paese che il fascismo affermava di aver portato nella modernità. Fallì la difesa della popolazione civile dai pericoli della guerra moderna. Fallì l’erogazione dei servizi più basilari. E questo fece cadere il velo, rivelò il bluff. Si ebbe dimostrazione di come il governo autocratico dell’uomo della Provvidenza, libero dalle pastoie della democrazia e del parlamentarismo, non fosse poi così efficace. Di come anche l’uomo infallibile potesse fallire. Anzi, quanto clamorosamente ed senza appello avesse già fallito.

         Fu allora che riemersero i sopravvissuti, i veterani di mille battaglie e di mille sconfitte come Orio. Questi comunisti, socialisti, membri di Giustizia e Libertà, cattolici, rimasero minoranza anche dopo il 25 luglio e l’8 settembre. Ma ora erano una minoranza diversa, in un paese diverso. Non più predicatori nel deserto, o vittime designate della macchina repressiva, ma una minoranza di lucidi sognatori divorati dalla volontà di “fare qualcosa”, per rialzare e ricostruire su fondamenta diverse, più giuste, quel paese ora così stanco, smarrito e sconfitto. Un paese che, però, ora, sapeva e voleva ascoltare queste voci e questi sogni. In quell’estate del 1943 Orio e i suoi compagni ebbero il merito di capire che non era morta la Patria, ma solo una delle Patrie possibili. Che si poteva ripartire immediatamente, tentare di mettere da parte le ragioni di divisione e cercare invece i denominatori comuni per sconfiggere il vero nemico.

         Fu in questo contesto che nacque la nostra Repubblica. Fu col contributo di mille voci diverse che venne scritta la Costituzione che tutti i nostri pubblici ufficiali, amministratori e ministri giurano di difendere, che se ne ricordino o no. Una Costituzione antifascista e democratica, capace di tenere assieme rivali politici che poco o nulla avevano in comune, se non il rigetto dei postulati fascisti di un’Italia sempre superiore e migliore di chiunque; dell’esistenza di gerarchie tra ceti, classi e razze; del principio dell’uomo solo al timone.

         Nei principi della Costituzione noi tutti, qui, oggi, ci riconosciamo. Anche e soprattutto in questo “oggi” turbolento e inquietante. In cui riemergono parole, immagini e linguaggi che credevamo consegnati alla storia. In cui si sente parlare da sempre più persone, senza pudore alcuno, il linguaggio dell’odio e dell’esclusione. In cui si stilano apertamente graduatorie di diritti, in cui si postulano gerarchie razziali e nazionali. Un “oggi” in cui ci si barrica dietro alle mura grette e rancorose di appartenenze poco o per nulla definite per decidere chi può vivere, e chi invece deve morire.

         La situazione che stiamo vivendo oggi, però, è ancora molto diversa da quella in cui dovettero agire e sopravvivere quanti stiamo ricordando e celebrando oggi. Non dobbiamo dimenticarcelo mai. Per quanto le nuvole si addensino sopra la nostra testa, l’Italia è ancora una democrazia, e noi abbiamo ancora il diritto di guardare, di parlare, di agire. Abbiamo il diritto di sognare un presente ed un futuro diversi. Abbiamo il diritto di esigere un’Italia ed un’Europa più giuste, più libere, più umane. Abbiamo il diritto e il privilegio di dire a voce alta: “Io dissento, io voglio altro”.

         Abbiamo sopratutto il dovere di reagire a quel fascismo strisciante che avvelena l’aria che respiriamo. Un fascismo diverso da quello dei filmati dell’Istituto Luce, ma pur sempre fascismo. Cambiano i tempi, cambiano i mezzi di comunicazione, cambiano le tattiche. Ma non c’è per forza bisogno di vedere camice nere, manganelli, o olio di ricino, per capire chi abbiamo davanti. Dove c’è indifferenza per il valore della vita umana, c’è fascismo. Dove c’è arrogante certezza di essere sempre e comunque nel giusto, c’è fascismo. Dove c’è orgogliosa ignoranza, c’è fascismo. Dove c’è tribalismo nazionalista e razzista, c’è fascismo.

         E noi non possiamo più tacere. Proprio perché privilegiati, in possesso di libertà che Orio non ebbe mai, abbiamo il dovere di fare, di parlare. Parlare a voce alta. Non possiamo rimanere spettatori all’interno delle nostre famiglie, nei bar, sui posti di lavoro, sui campi da calcio. Non possiamo lasciare che le uniche parole che si sentono siano quelle dell’odio nazionale e razziale, dell’esclusione, della violenza verbale e fisica, del disprezzo della vita umana e dei suoi diritti.

         Soprattutto, non dobbiamo neppure per un istante pensare di essere da soli. Siamo qui, oggi, per guardarci negli occhi. E siamo qui perché immaginiamo tutti un’Italia diversa. Un’Italia curiosa, un’Italia che accoglie, un’Italia che non ha paura della diversità e della complessità. Perché vogliamo essere un’alternativa ad un paese di santi che ignorano le parole del Vangelo – almeno quelle che non fanno comodo –; di poeti che hanno dimenticato cosa sia la bellezza; di navigatori che per primi non rispettano le leggi del mare.

         Noi, allora, dobbiamo resistere prima che ci sia bisogno di una nuova Resistenza. Dobbiamo essere esempi di gentilezza di fronte alla cattiveria gratuita che incontriamo. Dobbiamo abbattere i muri, spalancare le porte chiuse a chiave. Dobbiamo sconfiggere la nostra e l’altrui paura. Quella paura che ancor più della fretta è pessima consigliera.

         Dobbiamo capire, e, soprattutto, dobbiamo farci capire. Spiegare quali siano le “forme e i limiti della Costituzione” con cui si esercita la sovranità popolare. Perché tutti i cittadini siano uguali “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Perché “lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, [abbia] diritto d’asilo nel territorio della Repubblica”.

         Dobbiamo avere il coraggio di parlare anche se siamo minoranza. Soprattutto se siamo minoranza. Dobbiamo avere il coraggio di agire anche se sembriamo destinati a perdere. Soprattutto se sembriamo destinati a perdere. Dobbiamo essere, dobbiamo dire, dobbiamo fare. Ogni giorno. Ovunque. Non perché sicuri di vincere, ma perché è la cosa giusta da fare.

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